domenica 10 giugno 2012

Marilyn: 50 anni dopo


“Mi sono sempre domandato che cosa si provi a essere la donna più famosa del mondo?” 

cit. film “Marilyn”
Se lo domandò il padrino di Colin Clark, bibliotecario presso il castello di Windsor nel 1956 e ce lo domandiamo ancora oggi, perché nonostante siano passati 50 anni dal giorno della sua morte, Marilyn resta viva nel ricordo di milioni di persone, sia di chi all’epoca era giovane come lei, sia di chi non era ancora nato, ma ha sentito e visto un’infinità di volte il nome e il volto dell’icona sexy per eccellenza.
Io naturalmente appartengo a questa seconda categoria di persone e dunque posso portare una testimonianza viva e reale di come Marilyn nel 2012 sia nel modo più assoluto un’icona intramontabile.
Premesso che ho sempre sentito parlare di lei e della sua morte che ha lasciato tante domande senza risposta, non sono comunque mai stata una sua fan o un’ammiratrice. Né del “biondo Marilyn”, né della sua indiscussa sensualità, né del suo potere magnetico nei confronti degli uomini che incontrò e frequentò.
Fuori discussione la sua bellezza, ma per indole (prima di iscrivermi all’università ero in dubbio se puntare su Scienze della Comunicazione o su Scienze criminologiche) sono sempre rimasta più colpita dal modo in cui è morta e quanto questo venga tuttora messa in discussione.
Però è arrivato anche per me il momento di conoscere di più di questa donna tanto famosa, quanto fragile e sola.
Tutto è cominciato a inizio anno quando ho iniziato a collaborare con Italia Crea, società che organizza fiere, fra cui Cartoomics e Weekend Donna.
Iniziare un nuovo lavoro richiede sempre uno sforzo iniziale per ingranare e cercare di apprendere più cose possibili, ma se ti appassiona, il tutto risulta molto più semplice.
E fu così che fin dall’inizio conobbi quella che sarebbe stata la fiera di Cartoomics da lì a poche settimane. Quali sarebbero state le varie aree, quali gli eventi, quali gli espositori e quali le mostre.
Fra queste ultime ci sarebbe stata per l’appunto quella dedicata a Marilyn Monroe, ricorrendo nel 2012 il 50° Anniversario dalla sua morte.
Disegno di G. Festino
Il titolo della mostra era “Marilyn Monroe: indagine non autorizzata” e sarebbe stata curata da IlCerchioGiallo. Alla base dell’esposizione il quesito “Falso suicidio o vero omicidio?”, dato che le teorie sono tante ma nessuno ad oggi sa cosa sia veramente successo quella notte a Brentwood, e all’interno una serie di opere Guido Crepax, Carlo Jacono e Giuseppe Festino ma anche le storie disegnate da Sergio Toppi, Guido Buzzelli, Gianni De Luca o scritte da Giancarlo Berardi e le opere realizzate ad hoc per Cartoomics da Anna Pennati, autrice del manifesto della mostra: tutte che avrebbero raccontato in un percorso davvero avvincente quanto il mito dell’attrice più sexy del mondo sia ancora vivo.
Grande attesa e tanto lavoro, dunque, per il Cartoomics 2012 che si sarebbe svolto dal 16 al 18 marzo.

Ecco che dunque, durante i giorni di fiera, ho ritagliato un momentino per me per andare a visitare questa mostra che mi interessava già di più rispetto a quella fumetto erotico del secolo scorso. E anche se nessun disegno esposto ha raggiunto la fedelissima riproduzione della perfezione del viso di Marilyn,  ho trovato la mostra piuttosto interessante.
Ma se al momento ho pensato che la questione si chiudesse qui, in realtà è stato solo l’inizio di un percorso che si concluderà a fine anno.
Già, perché non solo sono venuta a conoscenza dell’uscita  anche in Italia del film “Marilyn”, che fra l’altro ha visto premiare con un Golden Globe l’attrice protagonista, e che quindi mi sono segnata come ‘film da andare a vedere’, ma ho saputo che anche per la fiera di Weekend Donna in autunno, si sarebbe portato avanti un progetto complesso riguardante la diva di Hollywood.

Ed eccoci al 1° giugno, quello che sarebbe stato l’86esimo compleanno di Marilyn Monroe e che invece vede uscire al cinema il film tanto atteso.
Non posso andarlo a vedere la sera stessa, ma già quattro giorni dopo mi trovo in sala a guardare questo film che a detta della critica è meraviglioso, sia per l’eccellente cast, sia per come il regista ha saputo ritrarre in modo intimo la celebre attrice hollywoodiana.
Ma io di solito non mi faccio influenzare dalle critiche o dalle recensioni, perché penso che i giudizi siano strettamente personali. Quante volte un film non mi è affatto piaciuto, mentre la critica lo osannava? E anche viceversa.
Quindi senza aver letto niente, sono arrivata in sala e mi sono goduta questo meraviglioso film.
Meraviglioso, davvero… mi sembra la parola più azzeccata. 
Perché in quanto appassionata di cinema, oltre a seguire la trama, ho voluto studiarmi anche ciò che sta intorno alla storia narrata e dunque: la recitazione, le musiche, i costumi, la fotografia, la fedeltà ai fatti realmente accaduti e proprio per questo mi sento assolutamente certa nel dire che il film è davvero ben riuscito e molto bello, un bellissimo omaggio al cinema di quegli anni. Certo, nonostante il Golden Globe e la candidatura agli Oscar, resta un film di nicchia,  ma per chi è realmente appassionato di cinema e dunque guarda di tutto, dal blockbuster al film più serio e impegnato, “Marilyn” (o “My week with Marilyn”, che è il titolo originale) è uno di quei film che va assolutamente visto.
Inoltre sono rimasta piacevolmente colpita dal fatto per omaggiare la diva scomparsa mezzo secolo, non si sia scelto di fare un  film sulla sua vita durata solamente 36 anni, che sarebbe stato più semplice e scontato, ma che si sia girato un film sulla realizzazione di un suo film (grande esempio di meta cinema), peraltro neanche tra i più conosciuti. Personalmente non avevo mai sentito parlare de “Il principe e la ballerina”, ma ammetto che non ho mai approfondito la filmografia dell’attrice, però ho apprezzato moltissimo che alla base ci fossero le pagine del diario di Colin Clark - ventitreenne rampollo di una ricca famiglia inglese talmente innamorato del cinema da essersi riuscito a infilare sul set di questo film come terzo assistente del regista Laurence Olivier, - scritte proprio durante la lavorazione della pellicola.
Marylin e Arthur Miller, suo marito fino al 1962
Raccontando questa sua settimana con Marilyn in prima persona, il risultato è un ritratto delicato, passionale e intenso dell’attrice, anima fragile e bisognosa d’amore, con alle spalle diversi matrimoni ma nessun vero amore (neppure Arthur Miller con cui all’epoca era sposata da appena 3 settimane e che avrebbe dovuto "frantumare le sue insicurezze"), profondamente insicura di sé, perennemente sotto l’effetto di ansiolitici e in ritardo sul set.
Questa la Marilyn che emerge dalla storia e che tutti hanno potuto conoscere da quando è stata ritrovata morta nel suo letto, coperta da un solo lenzuolo e con il ricevitore del telefono in una mano.
L’attrice che invece ha dato il proprio volto per questa parte è Michelle Williams, conosciuta quando ancora era Jen nel telefilm “Dawson’s Creek” e seguita nelle sue prime parti importanti al cinema fino a vederla in ruoli importanti e via via più impegnativi.
In “Marilyn” Michelle si cala ottimamente nei panni della diva riuscendo ad assomigliarle in modo sorprendente . E non solo fisicamente. A tratti sembra veramente Marilyn nel portamento, negli sguardi, nei movimenti… come se il metodo Strasberg che la Monroe seguiva con il supporto di Paula, come si vede anche nel film, e che prevede che l’attore diventi il personaggio che sta interpretando,  fosse stato seguito anche da Michelle.
Consiglio dunque la visione di questo film in quanto incantevole omaggio alla diva tragicamente scomparsa.
Per concludere, una mia riflessione.
Perché leggendo quella che è la presentazione del progetto “Anteprima Marilyn Monroe”, che, dopo la mostra di locandine al Wow Spazio Fumetto di Milano, la selezione della locandina vincitrice che diverrà il manifesto del grande evento “Marilyn, I love you” nonché veicolo per la comunicazione dell’iniziativa, vedrà il suo completamento alla “mia” prossima fiera di Weekend Donna a Milano (9-11 novembre), sono rimasta particolarmente colpita dalle prime frasi.
Si legge…
“Appartata, lontano dalle tombe di tutte le altre star che riposano nel cimitero di Westwood, solo una targhetta brunita con una scritta in rilievo permette di trovare la tomba di Marilyn Monroe. Quella targhetta, Marilyn Monroe 1926 - 1962, tuttavia è sbagliata: Marilyn Monroe non è nata nel 1926. Quell’anno, il primo giugno alle 9.30, nasce infatti Norma Jean Mortenson: la donna che diventerà Marilyn Monroe”
E se è vero che Marilyn ha cercato per tutta la sua vita di dimenticare il passato, di costruirsi una nuova identità e soprattutto, il 1° luglio 1956 “Marilyn Monroe” è diventato il vero nome anagrafico di Norma Jean e non più un semplice nome d’arte, allora io credo che quella targhetta sia veramente sbagliata. Lì sepolta c’è Norma Jean Mortenson. Perché Marilyn Monroe, la diva che ha impersonato dagli anni ’50 il simbolo del fascino della femme fatale, rimane un mito intramontabile che continua a vivere nei ricordi di milioni di persone… da 50 anni. Perché di Marilyn non se ne ha mai abbastanza. 













giovedì 31 maggio 2012

The day after - Scossi


Un film che porta questo titolo già esiste e tutti l’abbiamo sentito nominare, qualcuno l’avrà anche visto.
Del genere catastrofico, si accompagna a una miriade di altre pellicole che in questi anni si sono susseguite sugli schermi cinematografici. Catastrofi di ogni tipo: dalle innondazioni, agli uragani, dall’invasione degli alieni allo scoppio della guerra nucleare.
Ma sono e restano dei film.
Oggi è il giorno dopo di una catastrofe vera, reale, dolorosa e vissuta in prima persona.
Tutto il Nord Italia ha tremato e la furia devastatrice del sisma ha provocato nuovi danni e nuove vittime.
Nuovamente, dopo appena 9 giorni dal precedente sisma.
L’Italia è un Paese sismico, si sa e di terremoti ce ne sono stati un’infinità!
100 anni di terremoti in Italia (prendendo in considerazione la memoria storica attuale degli italiani) ci hanno insegnato che gli effetti catastrofici del terremoto dipendono principalmente dall’uomo.
100 anni di crescita scientifica e tecnologica ci hanno insegnato che ci si può difendere dal terremoto, prevedendolo.
Ma la paura resta sempre la stessa. Sentirsi vulnerabili e impotenti è una sensazione orribile.
Non essere sereni, avere l’ansia di andare a dormire, pensare di dover essere svegliati ancora una volta nel cuore della notte da quel boato sordo o dai violenti movimenti oscillatori, è avvilente.
E oggi, dopo il terremoto di ieri mattina alle nove (magnitudo 5,8) e quello intorno alle 13 (magnitudo 5,3), l'attenzione resta alta. 
Edifici distrutti, che hanno resistito fino a ieri, che hanno sopportato i bombardamenti delle guerre, ma non le 800 scosse in pochi giorni; vittime e feriti.
Il bilancio delle vittime è ormai salito a 17 persone (che si aggiungono ai 7 del terremoto dello scorso 20 maggio). Sono 5 le persone morte a Mirandola, 4 a Medolla, 3 a San Felice sul Panaro, altrettante a Cavezzo, una a Concordia e a Rovereto di Novi. L'ultimo operaio disperso è stato trovato senza vita in mattinata a Medolla. I feriti sono stati circa 350, mentre gli sfollati sono intorno ai 15000, che hanno passato la notte nei campi allestiti dalla Protezione Civile e negli alberghi messi a disposizione nella zona. 
E nei miei occhi ancora le immagini video e fotografiche che i media hanno diffuso sul crollo di edifici e di parti di essi. Lo sgretolamento del nostro patrimonio artistico culturale, macigni a terra e sul cuore di ciascuno di noi. Perché il terremoto è di tutti noi. Sono momenti destinati a fissarsi nella memoria di chi c’era.
Chi l’ha vissuto in prima persona non può scordarsi le sensazioni e le emozioni provate durante il sisma, i cumuli di macerie, le città fantasma; chi l’ha vissuto in altre occasioni se lo ricorda altrettanto bene perché la propria vita da lì è cambiata per sempre.
E parliamo di sensazioni vere, di un fenomeno reale e non di apocalissi fantascientifiche!
Ma oltre al terrore, restano tanti punti interrogativi.
Possibile che in 100 anni di catastrofi sismiche che ci hanno insegnato che la difesa più importante è costruire opere resistenti al sisma e, soprattutto, rafforzare quelle esistenti, è stato fatto ben poco? Possibile che si siano sottovalutati i rischi per ridurre il pericolo sismico del patrimonio edilizio esistente?
A quanto pare è possibile e ancora una volta, purtroppo, ci sono stati i capri espiatori che hanno perso la vita.
Ancora una volta viene richiesto un deciso e consapevole impegno di tutti i cittadini per abbattere il rischio sismico di scuole, ospedali, case, ponti, impianti industriali.
Per non parlare mai più di catastrofi, tragedie annunciate, disgrazie per il nostro amato Paese.
Perché un terremoto non è uno spettacolo, non funzionerebbe nemmeno se fosse oggetto di un film in 3D. Qui si parla della vita di tutti. Che merita protezione e tutela.

Erano giorni che organizzavo le mie idee per scrivere un post che alla lontana riguardasse le catastrofi naturali, ma dopo i recenti fatti, non ho potuto che scrivere un post più serio quanto doloroso. Perché sono vicina all'Emilia, perché penso a tutti gli sfollati che a quest'ora dovranno trascorrere un'altra notte d'ansia.


giovedì 17 maggio 2012

Ho fatto del computer una priorità e di facebook il mio lavoro…


…e per alimentare continuamente la mia passione per la comunicazione sulla quale sto investendo dall’inizio del nuovo millennio, twitto. 
Nerd? Assolutamente no.
Tecnico o ingegnere informatico? Assolutamente no.
Eppure termini come “applicazione”, “RSS”, “widget”, “link”, “condivisione”, “download”, “tag”, “hashtag” sono per me all’ordine del giorno.
Una scelta? No, semplicemente in questo mondo all’apparenza inconsistente perché non fatto di materia, ci sono scivolata dolcemente.
Ho seguito il progresso della tecnologia, senza forzature, senza obblighi, semplicemente perché il mio orientamento è per la comunicazione a tutto tondo fin da quando avevo 13 anni.
Già, il mio primo pc me lo regalarono quando ancora andavo alle scuole medie. Mi ricordo che era un IBM 386. Se ci penso mi viene da sorridere. Non ho mica 100 anni eppure guardate che salto enorme che ha fatto la tecnologia in questi 15/20 anni.
Ora tutto è slim, tutto è digitale, tutto è touch, tutto è rintracciabile… basta disporre di un dispositivo che è collegabile alla rete e via che si parte per un viaggio. Virtuale sì, ma quanto che ci sta dietro! Persino le nuove professioni.
Qualcuno rimpiange la carta, i libri, i giornali; qualcuno non li sa nemmeno apprezzare perché appartiene alla nuova generazione ed è capitato in quest’era tecnologica in continuo avanzamento.
Io adoro il pc, internet e tutti i dispositivi tecnologici che mi permettono di  poter scrivere, leggere, navigare, chattare, condividere con il resto del mondo le informazioni. Senza tutto questo metà della mia vita non esisterebbe. Esagerata? Assolutamente no! Proprio perché sono quasi 20 anni che le mie dita scorrono veloci sui tasti del pc, 10 anni che ho imparato a far stare il mio “pensiero” nei 160 caratteri di un sms, 5 anni che il mio unico schermo sempre acceso è quello del pc… non certo quello del televisore. 
Al pc scrivo questi post e tanto altro, su internet cerco le informazioni più svariate, quelle che un tempo si cercavano sulle pagine gialle o si venivano a sapere col passaparola, col cellulare mantengo i rapporti scritti e vocali con le persone che conosco.
Per interesse e per passione personale. Ora anche per lavoro.
Chi non ha mai sentito parlare dei social network? Chi negli ultimi anni non si è aperto un profilo facebook (poi magari abbandonato), un profilo Twitter o si è iscritto a Linkedin che ormai è diventato il nuovo sistema delle risorse umane per il recruiting?!
Chi non conosce questi loghi che ormai campeggiano in ogni sito, se non addirittura alla fine o all’inizio dei singoli articoli?! 
Personalmente, cioè per questioni personali, faccio login quotidiano in facebook (a cui sono iscritta da ben 4 anni, caspita, 4 anni!!!), Linkedin (perché mi arrivano gli aggiornamenti via email), Youtube (perché i video tutorial e video musicali danno colore ai momenti di svago), Google… sì perché tra un “search”, un’occhiata regolare alla casella di posta Gmail e il Calendar sul quale ormai appunto qualunque impegno, per sicurezza (perché tutto sommato la mia memoria è costantemente in allenamento), è la mia pagina principale su tutti i dispositivi che uso.
E poi c’è Twitter, l’ultimo scoperto e quello che attualmente maggiormente mi appassiona.
Sarà perché è l’ultima scoperta.. sarà perché il modo per comunicare attraverso di esso mi ricorda maggiormente gli sms… sarà perché fra i miei “following” ci sono pochissimi amici e tantissimi sconosciuti e questo molte volte mi permette di leggere informazioni e “battute” che altrimenti non leggerei, aprendomi nuovi orizzonti, scatenando pensieri e idee… sarà perché in Twitter pochissimi hanno il blocco, mentre in facebook GUAI se vai a vedere il profilo di uno sconosciuto… ti ritrovi il blocco e la dicitura che ti avvisa che per vedere i suoi contenuti, devi essergli amico (Puah! Stupidaggini! Perché non crederò MAI che le persone che hanno più di un tot di amici in facebook, siano così intimi con tutti. Eppure essendo “amici” - le virgolette sono volute - possono vedere TUTTO quello che l’altro pubblica. Ma dubito che tutto quello che uno pubblica possa andare bene a 300, 400, 500, 1000 amici. Sicuramente fra questi c’è qualcuno che la pensa diversamente, che si sente offeso, che si sente il dito puntato contro…)
O forse è perché facebook oramai sta perdendo quota su Twitter!??
Difatti facebook continua a reinventarsi, a rinnovarsi, eppure sto notando quanto poco i miei amici lo utilizzino. La maggior parte si è iscritta, ha avuto l’entusiasmo iniziale e poi l’ha abbondonato. Qualcuno per sempre, qualcuno una volta al mese si collega. Ma non era certamente questa la fine che doveva fare IL social network per eccellenza.
E comunque oltre a vedere un disinteresse crescente verso facebook da parte dei miei contatti, è scemato anche il mio personale interesse in quanto utente singola. Ormai la mia bacheca è piena di notizie di tutti i gruppi e le pagine a cui mi sono iscritta negli anni. Scovare uno “stato” di un amico o un articolo importante, molte volte è un’impresa. Tanto è valso fare una selezione delle persone e raccogliere quelle più importanti e più vicine a me sotto la voce “Amici più stretti” e quando il tempo che ho a disposizione è veramente poco, leggere solamente le loro attività quando mi compare la notifica.
Se invece voglio scrivere e quindi condividere con gli altri ciò che vedo, ciò che sento, ciò che sono, twitto e piazzo qua e là qualche #hashtag, che mi fa sentire parte di una banca dati (scusate, database) di parole e mi ricorda i tag usati nel blog.
Se voglio leggere informazioni utili, battute sarcastiche e sapere come la pensa su una notizia attuale un famoso blogger, uno scienziato o un cantante socialmente impegnato, mi connetto a Twitter.
E se quello che scrivo o retwitto (che corrisponde al “condividi” in facebook) lo voglio condividere anche in facebook (per tutti coloro che Twitter non l’hanno ancora scoperto), questo mi è permesso perché ho messo il collegamento diretto fra i miei tweet e il mio profilo facebook. 
Perché dico tutto questo?! Perché già tempo fa avevo pensato di scrivere un post su quanto la comunicazione abbia influenzato la mia vita.
Oso quasi parlare di un vero e proprio investimento in comunicazione.
Detta così sembra che ci siano di mezzo i soldi. In parte è vero, perché le basi me le sono costruite all’università, nel quinquennio di Scienze della Comunicazione, però per me la parola investimento ha un altro valore. Infatti come faccio il più delle volte, vado oltre al significato letterale del termine, per vedere cosa c’è sotto.
Parlando quindi del mio investimento in comunicazione...
Basti pensare alla facoltà che ho scelto dopo il liceo, che era l’unica che mi interessava fare, perché la comunicazione e il grande bisogno di comunicare fanno parte di me da una vita;
Basti pensare alla mia costante voglia e al bisogno di aggiornarmi in questo settore;
Basti pensare a quando davanti a un manifesto pubblicitario non guardo il contenuto, ma il contenitore e riconosco la genialità di certe menti creative;
Basti pensare a quando in un video cerco il messaggio che hanno voluto comunicare;
Basti pensare che il viral marketing, il guerrilla marketing, il social marketing e il mondo digitale continuano ad appassionarmi…
Basti pensare a quanto amore c’è per la grafica, l’organizzazione di eventi, la creazione di presentazioni, la fotografia, la scrittura più o meno creativa…
Basti pensare che attualmente la mia mansione è quella di “Social Media Coordinator”.
Cosa significa? Per i “comuni mortali” lo traduco in “trascorro le mie 8 ore lavorative su facebook” (generalizzando non poco), mentre agli altri posso dire sia che l’evoluzione del web e dei social network hanno cambiato radicalmente la concezione di promozione e comunicazione, dato che al comunicato stampa si sono sostituiti il viral video, il social blogging, il tweeting, l’hashtagging, fino al banalissimo sarin; sia che il Social Media è uno dei campi con maggiori possibilità professionali in questo momento, dato che moltissime aziende di grandi e medie dimensioni stanno attivando business unit dedicate esclusivamente al lavoro sui social network, sia per la promozione dell’azienda stessa e dei suoi prodotti, sia per la realizzazione di campagne strategiche per conto di clienti terzi.
Appena 4 anni fa non mi sarei mai immaginata di svolgere questo tipo di mansione, ma ora posso affermare che è appassionante e al passo con i tempi. E’ bello taggare, condividere e linkare anche per motivi di lavoro; è bello scoprire cosa attira lettori e stimola i “mi piace”, i commenti, le condivisioni e i tag e che cosa no; è bello espolorare continuamente il web alla ricerca di notizie e spunti da pubblicare. E’ un lavoro creativo e credo che mi si addica al 100%!
Però come anticipavo prima, sta diventando unicamente il mio lavoro, quello su cui mi concentro dalle 9 alle 18 di ogni giorno e poi accantono fino alla mattina seguente. Oramai tutto questo fiorire di social network nei settori più disparati (l’ultimo di cui ho letto notizia è un social network di condivisione della lavatrice per risparmiare sui consumi), non riesce più a coinvolgermi con passione. Oramai i miei clic post-lavoro sono quasi esclusivamente per sms, mail e tweet (con tanto di hashtag e menzioni). 
Ho promosso troppo Twitter!? Forse perché penso che andrebbe rivalutato da tutti, perché la sua forma concisa permette in realtà di comunicare, andando dritto al punto della questione e permettendo di trasferire l’informazione e la conoscenza in maniera veloce. O forse perché non è un vero social network, ma un mezzo di comunicazione di massa con tutte le caratteristiche dei media in regola. Solo più moderno, solo più interattivo, solo più socialmente coinvolgente. Esame di comunicazione di massa docet.

sabato 7 aprile 2012

In viaggio... verso "Sud"


Con il lavoro e le mille incombenze quotidiane ho trascurato il mio blog. A marzo avrei voluto scrivere un post sulla comunicazione, sull’investimento in comunicazione che è un tema a me tanto caro quanto vicino per interesse, per studio e per lavoro, ma me ne è mancato il tempo, purtroppo.
Quindi eccomi in aprile e a un giorno dalla Pasqua. La Pasqua intesa nel suo vero significato e/o come occasione per pensare ai valori fondamentali per un vivere sereno.
Chi non vorrebbe avere o ritrovare pace e serenità!? Di questi tempi credo un po’ tutti noi, ma il mio pensiero va a chi ne avrebbe veramente bisogno perché non sa nemmeno che cosa significa vivere in pace, svegliarsi sereno, avere qualcosa da festeggiare.
Eccomi quindi a quasi 8 mesi dalla mia prima esperienza in Etiopia ed eccomi a ripensare a tutte le persone che ho incontrato in quelle settimane.
Ripenso ai bambini, ai loro sorrisi, a quanto la tua semplice presenza possa fare. Sì, perché la presenza di una persona che fa un viaggio di migliaia di chilometri soltanto per passare del tempo con loro considerandoli meritevoli, degni, importanti nonostante spesso siano i “dimenticati”, gli emarginati e gli indegni dagli occidentali, è il vero aiuto di cui necessitano.
Io parlo per esperienza personale degli etiopi, ma penso che la situazione sia la stessa in tutta l’Africa più povera. E non solo in Africa.
Difatti sono qui a scrivere questo post per una serie di “circostanze” successe nelle ultime due settimane: la lettura di un libro scritto da un mio amico; una pubblicità vista per caso in metropolitana e un concerto insolito programmato un po’ all’ultimo.
Dicevo, un libro. Si intitola “Dall’altra parte del mondo” ed è stato scritto dal mio amico Dario Maresca che sei anni fa si avventurò in India per un mese. 
Il libro racconta di questa sua esperienza dall’altra parte del mondo, in un ambiente completamente diverso da quello della nostra fortunata quotidianità e che, nonostante le varie problematiche riscontrate, gli hanno lasciato dentro un’emozione che dura tutt’oggi tanto da pubblicare un libro di “appunti” anche a distanza di così tanti anni. 
Parlo di questo libro non perché l’ha scritto un amico, ma perché leggendolo ho potuto rivivere la mia esperienza in Etiopia. Sembra strano, forse, perché l’India non è l’Etiopia, perché l’Asia non è l’Africa, ma la maggior parte delle esperienze, dei disguidi, delle impressioni raccontate, sono le stesse che io ho vissuto in Etiopia e che in parte avevo descritto nel mio post (leggi qui: http://carlaeimondiparalleli.blogspot.it/2011/11/sono-giapassate-alcune-settimane-dal.html)
Le prime impressioni, la povertà, il degrado, le malattie, l’emarginazione, le differenze fra chi ha dei possedimenti (fra cui case, animali, coltivazioni) e chi affatto, la vita della missione, i bisogni materiali e gli aiuti umanitari, i problemi quotidiani legati alle condizioni meteorologiche e alla sopravvivenza, dal bisogno di nutrirsi alla necessità di acqua e luce spesso mancanti, le diverse religioni e l’opera dei missionari, i mezzi di trasporto e il diverso concetto di tempo… sono tutte cose che ho compreso essere simili se non uguali.
In modo particolare vorrei riportare alcune frasi:
“…noi dalla pelle bianca siamo per loro continua fonte di divertimento e di attrazione. Non appena usciamo dall’ostello ci ritroviamo attorno un nugolo di bambini urlanti, i quali continuano a ripetere come una cantilena le loro richieste: “Bradar, chocolate! Bradar, pipi! Anti, pen! Anti, car!” Brother e aunty ci chiamano, fratello e zietta, e ci chiedono continuamente cioccolato, palloncini, penne, macchinine. Purtroppo gli inglesi e chissà quanti occidentali prima di loro hanno diffuso l’abitudine di dispensare continuamente doni. Noi abbiamo una valigia piena di questo genere di cose, soprattutto materiale per la scuola e magliette, ma d’accordo con i gesuiti siamo contrari ad una distribuzione immotivata e casuale e quindi INGIUSTA ED ELEMOSINANTE, così dobbiamo continuamente ripetere “No pen, no chocolate”. Quello che abbiamo lo consegniamo alle sisters perché pensino loro a farlo avere a chi ne ha più bisogno”
Sembra riduttivo rispetto alle 100 pagine scritte, ma è sicuramente il concetto chiave di un viaggio all’insegna del volontariato e dell’aiuto verso il prossimo. Vale in India, vale in Etiopia, vale in tutti i Sud del mondo.
Ecco perché è stato emozionante leggere il suo libro, perché immancabilmente, una volta terminato, si è rifatto vivo il “mal d’Africa” e la profonda voglia di tornare laggiù. Probabilmente per provare (e capire) questo, è necessario che si faccia un viaggio di questo tipo, per vedere e toccare con mano.
Il libro di Dario mi ha fatto compagnia per due settimane durante i miei viaggi in metropolitana di ritorno a casa dopo il lavoro e il caso ha voluto che proprio durante uno di questi viaggi, capitassi nella carrozza dove avevano appeso un piccolo manifesto che pubblicizzava una mostra in corso a Milano. Il mio occhio è caduto subito su questo piccolo manifesto, semplicemente perché ha riconosciuto lo stile della croce riprodotta. L’inconfondibile stile delle croci etiopiche.
Non ho avuto un attimo di incertezza e anzi, come in un flash, mi sono ricordata quando le ragazze del laboratorio della missione di Dilla ci avevano portato diverse croci da portare in Italia e di come io e Marino ce le eravamo divise per regalarle a parenti e amici. Erano diverse per forma, dimensione e colore, ma tutte fatte a mano e con uno stile particolare, come questa croce riprodotta sul manifesto. Per cui mi sono avvicinata al manifesto per leggere il testo stampato accanto all’immagine, tanto da scoprire che si tratta di una mostra inaugurata il 14 marzo presso il Museo dei Cappuccini di Milano e aperta fino al prossimo 1° luglio.
Vi sono esposti alcuni straordinari oggetti appartenenti proprio alla cultura, all'arte e alla fede dell'Etiopia, di ieri come di oggi. Si tratta di paramenti liturgici, di oggetti rituali, di immagini sacre: reperti raccolti dai missionari cappuccini durante la loro presenza sugli altopiani di quello straordinario Paese.
Ma nucleo centrale della rassegna sono proprio le celebri croci, forse il tratto più caratteristico del cristianesimo etiopico. Croci di varie tipologie e dimensioni, realizzate in materiali diversi ma sempre bellissime.
Alcune fra queste croci, infatti, appaiono essenziali, stilizzate, filiformi perfino. Altre invece risultano essere particolarmente elaborate, maestose nella loro fisionomia, solenni. Quasi nessuna di queste croci, tuttavia, presenta la figura di Gesù, come in una sorta di mistico pudore, dove il Salvatore è evocato più che rappresentato. Molte croci etiopiche, invece, mostrano un particolare rigonfiamento verso la base, come una sorta di tabernacolo, o, meglio, di piccolo sepolcro. Altre croci ancora, invece, mostrano come dei rami, come dei tralci, in un'esuberanza di forme e di decorazioni. È la croce che da patibolo si trasforma nell'albero della vita, che tutto rinnova, che tutto nutre.
E’ un arte sacra al contempo elegante che meraviglia e anche se, come dicevo a inizio post, le incombenze quotidiane sono sempre tantissime e il tempo sembra sempre troppo poco, spero fortemente di poter andare a visitare questa mostra unica nel suo genere, prima della sua conclusione.
Perché l’Etiopia come l’India sono parte dei Sud del mondo. Quei “Sud” che Fiorella Mannoia canta nella suo ultimo album e nel tour in giro per l’Italia. E quando è venuta a Milano, io c’ero.
Non sono una sua fan, né tantomeno conoscevo questo suo ambizioso progetto, ma la proposta di andare al concerto l’ho abbracciata e ne sono uscita arricchita. Non per essere stata a un concerto, ma per il messaggio che la cantautrice ha trasmesso; non per vocalizzi e orpelli, ma per i contenuti testuali e musicali dei brani.
In un brano come “Quando l’angelo vola” si respira di tutto, dal Mediterraneo, all’Oriente, dal Brasile all’Africa. Infatti il brano è dedicato al presidente del Burkina Faso Thomas Sankara, assassinato nel 1987, uomo e leader molto carismatico per tutta l’Africa Occidentale Sub-Sahariana. 
Ma anche pezzi come “Luce” e “Non è un film” cantato in collaborazione con Frankie HNRG, fanno compiere all’ascoltatore un percorso importante in queste terre piene di contraddizioni, fatte di paradiso e di inferno dove vivere è sinonimo di resistere o fanno riflettere sulle dure condizioni di coloro che partono “all’avventura” lasciando la propria terra e rischiando la vita perché non hanno null’altro da perdere e di come poi sia difficile ottenere il rispetto e l’uguaglianza nella nostra società.
“Sud” racconta tutto questo, la fatica e la ribellione, le disuguaglianze economiche,  la mancanza di rispetto e di dignità, la malinconia e la nostalgia. Ma anche di quel Sud che con le sue storie e la sua musica riscalda il cuore e dove, a volte, dietro la povertà e la miseria c'è tanta dignità.
Sono brani profondi che mi hanno emozionata e mi hanno ricordato il perché sono partita per l’Etiopia come volontaria.

martedì 28 febbraio 2012

L'amore è...


Mi ero ripromessa da tempo di scrivere questo post, in occasione del secondo mese dell’anno, il “mese dell’amore” come qualcuno lo definisce, ma essendo anche IL MIO mese perché ricco di avvenimenti (come il mio compleanno) e anniversari (intrisi d’amore), mi sono ridotta a oggi, all’ultimo giorno del mese. Direte: domani è l’ultimo, ma visto che io sono alquanto scaramantica, preferisco postare oggi questo mio pensiero sull’AMORE.

L’amore. Probabilmente una delle parole più abusate al mondo, spesso usata impropriamente. Di per sé è una parola che ha moltissimi significati e moltissime forme, però ritengo che al giorno d’oggi spesso si rischi di dimenticarsi che l’amore, comunemente, è un sentimento che si prova verso qualcuno piuttosto che verso qualcosa. Ritengo che troppo spesso si parli di amore per la famiglia, amore per la patria, amore per l’ambiente, amore per gli animali… ma l’amore "vero"?! Quel sentimento intenso e profondo, impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona.
Dici amore e ognuno di noi pensa a quel lui o a quella lei che si vorrebbe avere accanto a se o a quel/la lui/lei che, quando si è veramente fortunati, si ha già vicino. L’amore non fa parte della mente, ma del cuore. Non può essere controllato, non può essere manovrato.
Se ci pensiamo per un attimo l’amore fa parte di tutte le nostre giornate, continuamente. Perché l’amore è qualcosa di speciale, un dono che riempie la nostra vita e talvolta addirittura è ciò che le dà un senso.
Amore è quella sensazione che ci fa sentire bene quando apriamo gli occhi al mattino e il primo pensiero è lui/lei…
Amore è trovare il suo buongiorno sul cellulare, sapere di essere stati il suo primo pensiero la mattina…
Amore è sognare ad occhi aperti, immaginando situazioni e discorsi tanto desiderati (e che in alcuni casi mai si avvereranno)…
Amore è ritrovarsi tra le mani una sua fotografia o una lettera (fortunato chi nell’era del computer e delle mail ancora le riceve) ed emozionarsi come la prima volta che l’abbiamo vista o letta, come se il tempo non fosse mai passato…
Amore è fare davvero tutto per stare con lui/lei, per parlare con lui/lei, per guardarlo/a negli occhi anche solo per un secondo…
Amore è morire al solo pensiero che un altro possa stare al posto tuo…
Amore è capire che non hai sofferto inutilmente quando, dopo tante lacrime, lui o lei è di nuovo accanto a te…
Amore è quella sensazione di camminare a un palmo da terra, vedere tutto rosa e fiori e sentirsi in pace con il mondo…

Quando si è innamorati, si vede. E tipico dell’essere innamorati è anche il sognare ad occhi aperti, il fantasticare sul grande amore, dove le emozioni prevalgono sulla razionalità.
Infatti secondo ricerche scientifiche con i sogni ad occhi aperti  possiamo prefigurarci degli scenari incredibili, senza correre alcun rischio. È importante che i pensieri vaghino liberamente, per differenziare questa attività dal pensiero cosciente che si ha con la progettazione.
Fantasticare poi, spesso è un momento di evasione, di relax, un modo per scaricare le tensioni a patto di avere come riferimento noi stessi e immaginarci con le nostre caratteristiche senza attribuirci pensieri e emozioni diverse, che non ci rappresentano. 
L’amore dovrebbe quindi essere considerato come il sentimento più bello in assoluto, anche se molte volte è considerato il più brutto. Perché come in tutte le cose, anche per l’amore c’è il risvolto della medaglia. Forse perché è quello che più ci fa soffrire, quello che ci riempie la testa di domande, che crea anche sofferenza fisica. Quel sentimento che durante i vagabondaggi della mente ritorna a ripercorrere episodi spiacevoli ed emozioni negative vissute nel passato e che ci fa chiedere cose come: “Cos’ho io di sbagliato? Cosa c’è che non va in me?” e ci fa sentire cosi male, cosi annullati, cosi inutili, così soli che ognuno di noi almeno una volta nella vita pensa che vorrebbe non aver mai provato l’amore.
Eppure, anche quando si soffre per amore, perché si va a cercare proprio questo sentimento attraverso i suoi più svariati utilizzi? Perché iniziamo a guardare film d’amore, ascoltare canzoni d’amore soprattutto struggenti e magari ci commuoviamo? 
Parole e note che si intrecciano e creano qualcosa di straordinario che può sconvolgerci completamente e farci pensare a quell’amore troppo grande, non corrisposto, tradito, sofferto, complicato o irraggiungibile?!?
Eppure la verità è che anche se tutto va bene nella propria storia d’amore, tendiamo (soprattutto noi donne) ad avere un’anima sognatrice ed è anche grazie ai film o ai romanzi d’amore che evadiamo dalla realtà, perché questi danno materiale ai sogni come nient’altro.

E forse è proprio perché dietro le apparenze è l’Amore che conta e allora, per dirla con una citazione d’autore «Quando l'amore vi chiama, seguitelo, anche se le sue vie sono ardue e ripide.» (K. Gibran)



mercoledì 8 febbraio 2012

Caro papà...


Caro papà,
Credo che questa sia la prima lettera che ti scrivo o perlomeno non mi ricordo di avertene mai scritte. Scusami. Ormai sono diventata una donna, anche se ai tuoi occhi credo che sarei sempre rimasta quella bambina di quasi tre mesi che eri venuto a prendere a Roma.
Da allora sono passati quasi 31 anni, già, 31 anni… mi verrebbe da dire: una vita! E invece 31 anni non sono niente mi è stato detto e insegnato.
31 anni rispetto all’età della Terra non sono niente; 31 anni rispetto alla storia dell’umanità non sono niente; 31 anni rispetto all’età media del XXI secolo non sono niente… eppure se mi guardo indietro la mia vita è stata ricca di avvenimenti, di svariate esperienze e anche di tanto dolore.
Ma se 31 anni per i più sono pochi e ancora posso essere considerata giovane, 10 anni che cosa sono!??
Niente mi direbbe chi non conoscesse il motivo di questa domanda.
I fiori che avresti voluto ricevere
E invece per me sono tanti, perché oggi sono 10 anni che non siamo più insieme.
10 anni fa più o meno a quest’ora, la mamma mi ha raggiunta in camera da letto e mi ha comunicato che avevi lasciato questo mondo, sicuramente per uno migliore. 10 anni fa non avevo ancora 21 anni e già ero rimasta “orfana” di padre. 10 anni fa, quell’8 febbraio 2002, la mia vita è cambiata… per forza maggiore.
Tutto d’un tratto non avevo più la figura del padre al mio fianco… non avevo più qualcuno che facesse quelle cose “tipicamente da maschio” o comunque di interesse prettamente maschile… non avevo più chi si prodigasse perché io potessi avere il meglio dalla vita… non avevo più chi mi accompagnava dovunque dovessi andare… non avevo più chi amava andare in giro con me a vedere e scoprire le cose più strane… non c’era più chi amava la Svezia come se fosse stata la sua vera patria, chi amava l’arte in tutte le sue forme, dipingere e guardare vecchi film, collezionare francobolli, monete e macchine fotografiche, sciare e fare surf e insegnare tutte queste cose a me… non c’era più la persona a cui mi potevo rivolgere se qualcosa nello studio non mi era chiaro… in casa non c’era più la figura dello studioso insaziabile di qualunque materia e argomento… non c’era più una figura di riferimento per tante cose… non avevo più quel padre che avrebbe dato la vita per me… non c’eri più tu.
Tante cose mi sono venute a mancare papà, tutto d’un tratto eppure devo ammettere che forse mi mancano più ora che non dieci anni fa.
Allora ero impegnata con l’università che avevo iniziato da appena un anno e mezzo e probabilmente questo mi ha “salvata”, perché dopo una perdita così importante l’unica cosa che ti salva veramente è il tenersi impegnato, in modo da non avere tempo per pensare, piangere e disperarsi. E non solo… avevo la mia mamma e come mi è stato detto 6 anni dopo, finché uno dei due genitori è ancora in vita, hai comunque la sensazione di avere una famiglia. E credo proprio che questa persona avesse ragione. Probabilmente parlava anche per esperienza personale.
La mamma invece aveva solo me… non un impegno costante e gravoso come il mio e questo ha fatto sì che da quel triste giorno non si sia più ripresa. Solo io so quanto abbia sofferto la tua mancanza. E adesso come adesso comincio a credere che sia stato proprio questo distacco improvviso a far sì che si ammalasse dopo così poco tempo.
10 anni e la mia vita tra le dita. Tante cose sono successe, tanti avvenimenti belli e brutti, importanti e frivoli, lieti e tristi, ma ho ben chiaro davanti a me quali sono stati gli eventi che posso dire che hanno veramente inciso sulla mia vita, sul mio modo di pensare, sul mio modo di essere.
Sono quattro questi eventi e tu, caro papà, te li sei persi tutti. Eventi che hanno fatto di me una persona adulta… eventi che mi hanno fatto crescere e maturare (anche prima del tempo)… eventi che mi hanno resa quella che sono oggi.
In ordine di tempo, dopo la tua morte che ha dato inizio a questi sconvolgimenti di quella che prima era una vita normale, il primo è stato la mia laurea. Ho finito l’università anche se non brillantemente come le scuole superiori, però ce l’ho fatta papà e alla mia discussione c’era anche la mamma. Felice e sono sicura che anche tu saresti stato fiero di me. Sicuramente quello è stato un giorno importante, una tappa raggiunta e la gioia è stata tanta.
Questo successe nel 2007.
Purtroppo nel 2008 l’evento più importante è stato il più tragico di tutti. A giugno anche la mia mamma mi ha lasciata. Appena 6 anni e 4 mesi dopo di te. Ma a differenza tua, lei si è spenta lentamente… sono stati 6 anni terribili, ti dirò, sofferti fino in fondo, eppure in me c’era sempre il rifiuto della situazione reale. Sembravo indifferente, disinteressata, assente rispetto all’evolversi della malattia della mamma… invece la mia si chiamava speranza… speranza che tutto fosse solo un brutto sogno, che tutto si sarebbe risolto. Speranza che lei, poverina, riuscisse a vincerla quella battaglia e potesse continuare a starmi accanto. Ho sperato per anni, mesi e mesi, finché non ho sentito pronunciare quelle terribili parole, quelle che di solito senti nei film e che ti sembrano qualcosa che è al di fuori di te, che non ti appartiene, che non faccia parte della tua vita: “Non c’è più niente da fare!”
Lì sono crollata. Non posso dimenticare quel giorno. Credo di aver versato tutte le lacrime mai versate per 6 anni. E lei sapeva.
Tu invece te ne sei andato nel giro di pochi mesi e secondo me non del tutto cosciente di ciò che ti stava accadendo.
Dopo aver vissuto entrambe le esperienze, non so davvero se sia meglio morire in poco tempo come hai fatto tu o se invece patire per anni. La logica mi direbbe che è meglio morire in poco tempo, per non soffrire, ma siamo tutti un po’ egoisti in questi casi e si vorrebbe che la persona sopravvivesse più a lungo possibile, anche per poter metabolizzare la malattia e l’ultima ora che si avvicina.
Sinceramente, fino a pochi giorni dopo la morte della mamma, pensavo così anche io. Pensavo che avevo avuto 6 anni per metabolizzare.
Oggi invece affermo che… non avevo affatto metabolizzato e ti dirò di più: la mamma mi manca da morire. Ogni singolo giorno che passa penso a lei, vivo in funzione del “bagaglio” che mi ha lasciato, vivo pensando a come si sarebbe comportata lei. Ma mi manca il confronto. La mamma mi manca oggi, così come mi mancava 4 anni fa. Mi è mancata quella persona a cui poter chiedere un consiglio, che mi amava tanto quanto mi amavi tu… che mi conosceva così bene e mi dava un parere spassionato e sincero… con cui condividevo la mia quotidianità, fatta di racconti, esperienze e anche di silenzi… che alla mattina si alzava prima di me e al momento giusto mi svegliava chiamandomi per nome… quel “Carlaaa” non l’ho più sentito e non lo sentirò mai più. Mi manca il suo essere solare, gentile e ospitale… mi manca il suo buon gusto e il vederla a fare giardinaggio: quanto le piaceva! Mi manca sentirla parlare al telefono nelle lingue più disparate e sentirla raccontare di me con orgoglio di mamma. Dal 2 giugno 2008 manca una parte di me.
Tuttavia in quell’anno è successa un’altra cosa importante… il terzo evento che ha cambiato la mia vita: dopo 16 anni a Ferrara, mi sono trasferita a Milano.
L’avresti mai pensato che dalla “tua” Ferrara me ne sarei andata in una metropoli!? Milano poi… non Roma come avevo sempre sognato. Eppure eccomi qui… e fra un paio di mesi sono 4 anni che ci vivo e non esagero quando dico che mi sento a casa. E non c’entra il fatto che non ci sia più la mamma a Ferrara. Me ne sono andata quando lei ancora viveva. Forse incoscientemente, non lo so, ma non posso dimenticare il suo grande atto d’amore per me: mi ha lasciata andare, mi ha spronato lei a lasciare Ferrara che non mi dava prospettive, per Milano. Chissà quanto ha sofferto in realtà… me ne accorgo adesso quando mi capita di rileggere i suoi ultimi sms. Eppure mi ha lasciata libera… libera di vivere la mia vita, di costruirmi un futuro… mi ha dimostrato il suo amore fino alla fine.
E comunque non sono mica state tutte rose e fiori. Perché la mia battaglia è continuata anche qui. Fortunato tu che non hai conosciuto la crisi in cui siamo precipitati tutti. Tu che non hai nemmeno avuto a che fare con l’Euro. Tante cose sono cambiate anche in questo senso e ancora non si sa quale sarà il futuro, ma si continua a sperare.
Comunque se sono rimasta a Milano è anche perché in un certo senso la mia vita a Ferrara appartiene al passato. A quel passato a cui purtroppo appartenete anche voi. Un legame che resta, fatto di tanti ricordi, ma è come se dal 2008 sia stata costretta a chiudere il libro scritto fin lì e ad aprirne uno nuovo: quello scritto da me, solo da me. Il libro della MIA vita.
Però non tutto il male vien per nuocere si dice… sono cresciuta, maturata e mi sono resa indipendente in tutto e per tutto. Del resto, non avevo scelta.
Ed è in questa mia nuova vita che è successo il quarto e per ora ultimo grande evento. Ho conosciuto una persona, un uomo che è entrato a far parte di questa storia.
Un uomo conosciuto per caso e quando meno me l’aspettavo e che da quel giorno non mi ha più lasciata. Una persona tanto diversa da me, quanto uguale; una persona che ha saputo tirare fuori il meglio ma anche il peggio di me; una persona che mi ha permesso di conoscere meglio me stessa… una persona che mi ha fatto scoprire pensieri e bisogni che fino ad allora non mi erano chiari… una persona che ha riempito le mie giornate ed è diventato il mio punto di riferimento… una persona che mi ha fatto capire che cosa significa amare… una persona, un’unica persona che ora è tutto per me.
Tutto per questa mia nuova vita. E’ parte di me e in quanto tale non posso separarmene. Se poi dovesse succedere, so già che sarebbe il terzo trauma della mia vita, il terzo grande dolore.
Conoscerlo e il poter vivere la quotidianità con lui mi ha cambiata tanto, perché ha tirato fuori la parte più intima ed emotiva di me. Quasi come se avessi avuto un vuoto da colmare. Un vuoto che ora si è riempito di emozioni, sensazioni, pensieri, paure, sogni e amore.
E non solo, perché è lui che involontariamente mi ha incoraggiata a riprendere un cammino abbandonato tanto tempo prima. Non propriamente abbandonato, perché comunque quella strada la vedevo, ma diciamo che mi ero avventurata per altre vie prive di un vero significato.
Quando mi sei venuto a mancare tu, mi sono riavvicinata alla strada principale cercando di ascoltare il mio cuore per capire se era giusto riprendere il cammino. E una risposta l’ho ottenuta perché, anche se sono rimasta sul ciglio della strada, ho ripreso a camminare.
Negli ultimi mesi di vita della mamma, grazie a quel mio cammino seppur marginale, ho capito che cosa significa amare veramente… che cosa uno riesce a fare o dire per amore… che cosa è la speranza… e dunque nel dolore ho capito che l’unica cosa che mi potesse salvare veramente, era di tornare sulla via maestra con piena fiducia. E quindi l’ho fatto. Prima un po’ timidamente, ma poi con coscienza sempre maggiore grazie a degli incontri importanti con persone che fino a quel momento non conoscevo… e ora eccomi qui, in cammino e ben felice di esserlo perché non mi sento più sola, perché ho un sostegno pienamente sentito.
Quindi papà posso dirti che non credo che le cose capitino per caso… cioè non è stato un caso che abbia conosciuto queste persone nel mio trasferimento a Milano e ancora di meno che abbia conosciuto lui, quasi come fosse un angelo mandatomi nel posto giusto al momento giusto.
E oggi eccomi qui… dopo più di 3 anni da quando un certo cammino è stato intrapreso e io e lui abbiamo iniziato scrivere a quattro mani i primi capitoli di questo nuovo libro. Posso affermare con certezza che è stato un altro evento importante della mia vita, qualcosa che mi ha fatto conoscere certi aspetti e prendere coscienza di altri; qualcosa che mi ha fatta crescere e dare una priorità alle cose che mi capitano e che vorrei che succedessero.
Ogni tanto penso cosa ne avresti pensato tu di tutto questo, ma purtroppo il contatto con te mi è mancato troppo tempo fa… in un tempo in cui tutte queste cose non erano successe e in cui tutto sembrava praticamente perfetto e sottolineo sembrava. Già, chi l’avrebbe mai detto 10 anni fa che mi sarebbero successe tutte queste cose che immancabilmente hanno cambiato la mia vita!?? Nessuno e sicuramente è stato meglio così. Meglio non conoscerlo il proprio futuro perché è sicuro che non tutto sarà come uno vorrebbe… perché i problemi, i momenti no e i dolori ci sono per tutti e allora è giusto vivere la vita giorno per giorno, accettando quello che ci succede, ringraziando per le cose belle e sperando sempre in meglio. Sì perché sono fermamente convinta che “la speranza ci rende liberi” (modificando il famoso ‘la verità vi renderà liberi’).
Una sola cosa la sapevo già 10 anni fa… e cioè che oggi ti avrei pensato. L’ho fatto tutti gli anni, ogni 8 febbraio, ma dopo 10 anni era ancora più scontato farlo. Se non altro perché, seppure sia invecchiata di 10 anni e mi siano capitate tutte queste cose, il tuo lasciarmi quando non avevo ancora 21 anni, mi ha immancabilmente rivoluzionato la vita e soprattutto mi ha lasciato un vuoto, che magari a volte credo di avere colmato, ma che a tutti gli effetti non è così.
Ciao papà!
La tua Carla