martedì 28 febbraio 2012

L'amore è...


Mi ero ripromessa da tempo di scrivere questo post, in occasione del secondo mese dell’anno, il “mese dell’amore” come qualcuno lo definisce, ma essendo anche IL MIO mese perché ricco di avvenimenti (come il mio compleanno) e anniversari (intrisi d’amore), mi sono ridotta a oggi, all’ultimo giorno del mese. Direte: domani è l’ultimo, ma visto che io sono alquanto scaramantica, preferisco postare oggi questo mio pensiero sull’AMORE.

L’amore. Probabilmente una delle parole più abusate al mondo, spesso usata impropriamente. Di per sé è una parola che ha moltissimi significati e moltissime forme, però ritengo che al giorno d’oggi spesso si rischi di dimenticarsi che l’amore, comunemente, è un sentimento che si prova verso qualcuno piuttosto che verso qualcosa. Ritengo che troppo spesso si parli di amore per la famiglia, amore per la patria, amore per l’ambiente, amore per gli animali… ma l’amore "vero"?! Quel sentimento intenso e profondo, impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona.
Dici amore e ognuno di noi pensa a quel lui o a quella lei che si vorrebbe avere accanto a se o a quel/la lui/lei che, quando si è veramente fortunati, si ha già vicino. L’amore non fa parte della mente, ma del cuore. Non può essere controllato, non può essere manovrato.
Se ci pensiamo per un attimo l’amore fa parte di tutte le nostre giornate, continuamente. Perché l’amore è qualcosa di speciale, un dono che riempie la nostra vita e talvolta addirittura è ciò che le dà un senso.
Amore è quella sensazione che ci fa sentire bene quando apriamo gli occhi al mattino e il primo pensiero è lui/lei…
Amore è trovare il suo buongiorno sul cellulare, sapere di essere stati il suo primo pensiero la mattina…
Amore è sognare ad occhi aperti, immaginando situazioni e discorsi tanto desiderati (e che in alcuni casi mai si avvereranno)…
Amore è ritrovarsi tra le mani una sua fotografia o una lettera (fortunato chi nell’era del computer e delle mail ancora le riceve) ed emozionarsi come la prima volta che l’abbiamo vista o letta, come se il tempo non fosse mai passato…
Amore è fare davvero tutto per stare con lui/lei, per parlare con lui/lei, per guardarlo/a negli occhi anche solo per un secondo…
Amore è morire al solo pensiero che un altro possa stare al posto tuo…
Amore è capire che non hai sofferto inutilmente quando, dopo tante lacrime, lui o lei è di nuovo accanto a te…
Amore è quella sensazione di camminare a un palmo da terra, vedere tutto rosa e fiori e sentirsi in pace con il mondo…

Quando si è innamorati, si vede. E tipico dell’essere innamorati è anche il sognare ad occhi aperti, il fantasticare sul grande amore, dove le emozioni prevalgono sulla razionalità.
Infatti secondo ricerche scientifiche con i sogni ad occhi aperti  possiamo prefigurarci degli scenari incredibili, senza correre alcun rischio. È importante che i pensieri vaghino liberamente, per differenziare questa attività dal pensiero cosciente che si ha con la progettazione.
Fantasticare poi, spesso è un momento di evasione, di relax, un modo per scaricare le tensioni a patto di avere come riferimento noi stessi e immaginarci con le nostre caratteristiche senza attribuirci pensieri e emozioni diverse, che non ci rappresentano. 
L’amore dovrebbe quindi essere considerato come il sentimento più bello in assoluto, anche se molte volte è considerato il più brutto. Perché come in tutte le cose, anche per l’amore c’è il risvolto della medaglia. Forse perché è quello che più ci fa soffrire, quello che ci riempie la testa di domande, che crea anche sofferenza fisica. Quel sentimento che durante i vagabondaggi della mente ritorna a ripercorrere episodi spiacevoli ed emozioni negative vissute nel passato e che ci fa chiedere cose come: “Cos’ho io di sbagliato? Cosa c’è che non va in me?” e ci fa sentire cosi male, cosi annullati, cosi inutili, così soli che ognuno di noi almeno una volta nella vita pensa che vorrebbe non aver mai provato l’amore.
Eppure, anche quando si soffre per amore, perché si va a cercare proprio questo sentimento attraverso i suoi più svariati utilizzi? Perché iniziamo a guardare film d’amore, ascoltare canzoni d’amore soprattutto struggenti e magari ci commuoviamo? 
Parole e note che si intrecciano e creano qualcosa di straordinario che può sconvolgerci completamente e farci pensare a quell’amore troppo grande, non corrisposto, tradito, sofferto, complicato o irraggiungibile?!?
Eppure la verità è che anche se tutto va bene nella propria storia d’amore, tendiamo (soprattutto noi donne) ad avere un’anima sognatrice ed è anche grazie ai film o ai romanzi d’amore che evadiamo dalla realtà, perché questi danno materiale ai sogni come nient’altro.

E forse è proprio perché dietro le apparenze è l’Amore che conta e allora, per dirla con una citazione d’autore «Quando l'amore vi chiama, seguitelo, anche se le sue vie sono ardue e ripide.» (K. Gibran)



mercoledì 8 febbraio 2012

Caro papà...


Caro papà,
Credo che questa sia la prima lettera che ti scrivo o perlomeno non mi ricordo di avertene mai scritte. Scusami. Ormai sono diventata una donna, anche se ai tuoi occhi credo che sarei sempre rimasta quella bambina di quasi tre mesi che eri venuto a prendere a Roma.
Da allora sono passati quasi 31 anni, già, 31 anni… mi verrebbe da dire: una vita! E invece 31 anni non sono niente mi è stato detto e insegnato.
31 anni rispetto all’età della Terra non sono niente; 31 anni rispetto alla storia dell’umanità non sono niente; 31 anni rispetto all’età media del XXI secolo non sono niente… eppure se mi guardo indietro la mia vita è stata ricca di avvenimenti, di svariate esperienze e anche di tanto dolore.
Ma se 31 anni per i più sono pochi e ancora posso essere considerata giovane, 10 anni che cosa sono!??
Niente mi direbbe chi non conoscesse il motivo di questa domanda.
I fiori che avresti voluto ricevere
E invece per me sono tanti, perché oggi sono 10 anni che non siamo più insieme.
10 anni fa più o meno a quest’ora, la mamma mi ha raggiunta in camera da letto e mi ha comunicato che avevi lasciato questo mondo, sicuramente per uno migliore. 10 anni fa non avevo ancora 21 anni e già ero rimasta “orfana” di padre. 10 anni fa, quell’8 febbraio 2002, la mia vita è cambiata… per forza maggiore.
Tutto d’un tratto non avevo più la figura del padre al mio fianco… non avevo più qualcuno che facesse quelle cose “tipicamente da maschio” o comunque di interesse prettamente maschile… non avevo più chi si prodigasse perché io potessi avere il meglio dalla vita… non avevo più chi mi accompagnava dovunque dovessi andare… non avevo più chi amava andare in giro con me a vedere e scoprire le cose più strane… non c’era più chi amava la Svezia come se fosse stata la sua vera patria, chi amava l’arte in tutte le sue forme, dipingere e guardare vecchi film, collezionare francobolli, monete e macchine fotografiche, sciare e fare surf e insegnare tutte queste cose a me… non c’era più la persona a cui mi potevo rivolgere se qualcosa nello studio non mi era chiaro… in casa non c’era più la figura dello studioso insaziabile di qualunque materia e argomento… non c’era più una figura di riferimento per tante cose… non avevo più quel padre che avrebbe dato la vita per me… non c’eri più tu.
Tante cose mi sono venute a mancare papà, tutto d’un tratto eppure devo ammettere che forse mi mancano più ora che non dieci anni fa.
Allora ero impegnata con l’università che avevo iniziato da appena un anno e mezzo e probabilmente questo mi ha “salvata”, perché dopo una perdita così importante l’unica cosa che ti salva veramente è il tenersi impegnato, in modo da non avere tempo per pensare, piangere e disperarsi. E non solo… avevo la mia mamma e come mi è stato detto 6 anni dopo, finché uno dei due genitori è ancora in vita, hai comunque la sensazione di avere una famiglia. E credo proprio che questa persona avesse ragione. Probabilmente parlava anche per esperienza personale.
La mamma invece aveva solo me… non un impegno costante e gravoso come il mio e questo ha fatto sì che da quel triste giorno non si sia più ripresa. Solo io so quanto abbia sofferto la tua mancanza. E adesso come adesso comincio a credere che sia stato proprio questo distacco improvviso a far sì che si ammalasse dopo così poco tempo.
10 anni e la mia vita tra le dita. Tante cose sono successe, tanti avvenimenti belli e brutti, importanti e frivoli, lieti e tristi, ma ho ben chiaro davanti a me quali sono stati gli eventi che posso dire che hanno veramente inciso sulla mia vita, sul mio modo di pensare, sul mio modo di essere.
Sono quattro questi eventi e tu, caro papà, te li sei persi tutti. Eventi che hanno fatto di me una persona adulta… eventi che mi hanno fatto crescere e maturare (anche prima del tempo)… eventi che mi hanno resa quella che sono oggi.
In ordine di tempo, dopo la tua morte che ha dato inizio a questi sconvolgimenti di quella che prima era una vita normale, il primo è stato la mia laurea. Ho finito l’università anche se non brillantemente come le scuole superiori, però ce l’ho fatta papà e alla mia discussione c’era anche la mamma. Felice e sono sicura che anche tu saresti stato fiero di me. Sicuramente quello è stato un giorno importante, una tappa raggiunta e la gioia è stata tanta.
Questo successe nel 2007.
Purtroppo nel 2008 l’evento più importante è stato il più tragico di tutti. A giugno anche la mia mamma mi ha lasciata. Appena 6 anni e 4 mesi dopo di te. Ma a differenza tua, lei si è spenta lentamente… sono stati 6 anni terribili, ti dirò, sofferti fino in fondo, eppure in me c’era sempre il rifiuto della situazione reale. Sembravo indifferente, disinteressata, assente rispetto all’evolversi della malattia della mamma… invece la mia si chiamava speranza… speranza che tutto fosse solo un brutto sogno, che tutto si sarebbe risolto. Speranza che lei, poverina, riuscisse a vincerla quella battaglia e potesse continuare a starmi accanto. Ho sperato per anni, mesi e mesi, finché non ho sentito pronunciare quelle terribili parole, quelle che di solito senti nei film e che ti sembrano qualcosa che è al di fuori di te, che non ti appartiene, che non faccia parte della tua vita: “Non c’è più niente da fare!”
Lì sono crollata. Non posso dimenticare quel giorno. Credo di aver versato tutte le lacrime mai versate per 6 anni. E lei sapeva.
Tu invece te ne sei andato nel giro di pochi mesi e secondo me non del tutto cosciente di ciò che ti stava accadendo.
Dopo aver vissuto entrambe le esperienze, non so davvero se sia meglio morire in poco tempo come hai fatto tu o se invece patire per anni. La logica mi direbbe che è meglio morire in poco tempo, per non soffrire, ma siamo tutti un po’ egoisti in questi casi e si vorrebbe che la persona sopravvivesse più a lungo possibile, anche per poter metabolizzare la malattia e l’ultima ora che si avvicina.
Sinceramente, fino a pochi giorni dopo la morte della mamma, pensavo così anche io. Pensavo che avevo avuto 6 anni per metabolizzare.
Oggi invece affermo che… non avevo affatto metabolizzato e ti dirò di più: la mamma mi manca da morire. Ogni singolo giorno che passa penso a lei, vivo in funzione del “bagaglio” che mi ha lasciato, vivo pensando a come si sarebbe comportata lei. Ma mi manca il confronto. La mamma mi manca oggi, così come mi mancava 4 anni fa. Mi è mancata quella persona a cui poter chiedere un consiglio, che mi amava tanto quanto mi amavi tu… che mi conosceva così bene e mi dava un parere spassionato e sincero… con cui condividevo la mia quotidianità, fatta di racconti, esperienze e anche di silenzi… che alla mattina si alzava prima di me e al momento giusto mi svegliava chiamandomi per nome… quel “Carlaaa” non l’ho più sentito e non lo sentirò mai più. Mi manca il suo essere solare, gentile e ospitale… mi manca il suo buon gusto e il vederla a fare giardinaggio: quanto le piaceva! Mi manca sentirla parlare al telefono nelle lingue più disparate e sentirla raccontare di me con orgoglio di mamma. Dal 2 giugno 2008 manca una parte di me.
Tuttavia in quell’anno è successa un’altra cosa importante… il terzo evento che ha cambiato la mia vita: dopo 16 anni a Ferrara, mi sono trasferita a Milano.
L’avresti mai pensato che dalla “tua” Ferrara me ne sarei andata in una metropoli!? Milano poi… non Roma come avevo sempre sognato. Eppure eccomi qui… e fra un paio di mesi sono 4 anni che ci vivo e non esagero quando dico che mi sento a casa. E non c’entra il fatto che non ci sia più la mamma a Ferrara. Me ne sono andata quando lei ancora viveva. Forse incoscientemente, non lo so, ma non posso dimenticare il suo grande atto d’amore per me: mi ha lasciata andare, mi ha spronato lei a lasciare Ferrara che non mi dava prospettive, per Milano. Chissà quanto ha sofferto in realtà… me ne accorgo adesso quando mi capita di rileggere i suoi ultimi sms. Eppure mi ha lasciata libera… libera di vivere la mia vita, di costruirmi un futuro… mi ha dimostrato il suo amore fino alla fine.
E comunque non sono mica state tutte rose e fiori. Perché la mia battaglia è continuata anche qui. Fortunato tu che non hai conosciuto la crisi in cui siamo precipitati tutti. Tu che non hai nemmeno avuto a che fare con l’Euro. Tante cose sono cambiate anche in questo senso e ancora non si sa quale sarà il futuro, ma si continua a sperare.
Comunque se sono rimasta a Milano è anche perché in un certo senso la mia vita a Ferrara appartiene al passato. A quel passato a cui purtroppo appartenete anche voi. Un legame che resta, fatto di tanti ricordi, ma è come se dal 2008 sia stata costretta a chiudere il libro scritto fin lì e ad aprirne uno nuovo: quello scritto da me, solo da me. Il libro della MIA vita.
Però non tutto il male vien per nuocere si dice… sono cresciuta, maturata e mi sono resa indipendente in tutto e per tutto. Del resto, non avevo scelta.
Ed è in questa mia nuova vita che è successo il quarto e per ora ultimo grande evento. Ho conosciuto una persona, un uomo che è entrato a far parte di questa storia.
Un uomo conosciuto per caso e quando meno me l’aspettavo e che da quel giorno non mi ha più lasciata. Una persona tanto diversa da me, quanto uguale; una persona che ha saputo tirare fuori il meglio ma anche il peggio di me; una persona che mi ha permesso di conoscere meglio me stessa… una persona che mi ha fatto scoprire pensieri e bisogni che fino ad allora non mi erano chiari… una persona che ha riempito le mie giornate ed è diventato il mio punto di riferimento… una persona che mi ha fatto capire che cosa significa amare… una persona, un’unica persona che ora è tutto per me.
Tutto per questa mia nuova vita. E’ parte di me e in quanto tale non posso separarmene. Se poi dovesse succedere, so già che sarebbe il terzo trauma della mia vita, il terzo grande dolore.
Conoscerlo e il poter vivere la quotidianità con lui mi ha cambiata tanto, perché ha tirato fuori la parte più intima ed emotiva di me. Quasi come se avessi avuto un vuoto da colmare. Un vuoto che ora si è riempito di emozioni, sensazioni, pensieri, paure, sogni e amore.
E non solo, perché è lui che involontariamente mi ha incoraggiata a riprendere un cammino abbandonato tanto tempo prima. Non propriamente abbandonato, perché comunque quella strada la vedevo, ma diciamo che mi ero avventurata per altre vie prive di un vero significato.
Quando mi sei venuto a mancare tu, mi sono riavvicinata alla strada principale cercando di ascoltare il mio cuore per capire se era giusto riprendere il cammino. E una risposta l’ho ottenuta perché, anche se sono rimasta sul ciglio della strada, ho ripreso a camminare.
Negli ultimi mesi di vita della mamma, grazie a quel mio cammino seppur marginale, ho capito che cosa significa amare veramente… che cosa uno riesce a fare o dire per amore… che cosa è la speranza… e dunque nel dolore ho capito che l’unica cosa che mi potesse salvare veramente, era di tornare sulla via maestra con piena fiducia. E quindi l’ho fatto. Prima un po’ timidamente, ma poi con coscienza sempre maggiore grazie a degli incontri importanti con persone che fino a quel momento non conoscevo… e ora eccomi qui, in cammino e ben felice di esserlo perché non mi sento più sola, perché ho un sostegno pienamente sentito.
Quindi papà posso dirti che non credo che le cose capitino per caso… cioè non è stato un caso che abbia conosciuto queste persone nel mio trasferimento a Milano e ancora di meno che abbia conosciuto lui, quasi come fosse un angelo mandatomi nel posto giusto al momento giusto.
E oggi eccomi qui… dopo più di 3 anni da quando un certo cammino è stato intrapreso e io e lui abbiamo iniziato scrivere a quattro mani i primi capitoli di questo nuovo libro. Posso affermare con certezza che è stato un altro evento importante della mia vita, qualcosa che mi ha fatto conoscere certi aspetti e prendere coscienza di altri; qualcosa che mi ha fatta crescere e dare una priorità alle cose che mi capitano e che vorrei che succedessero.
Ogni tanto penso cosa ne avresti pensato tu di tutto questo, ma purtroppo il contatto con te mi è mancato troppo tempo fa… in un tempo in cui tutte queste cose non erano successe e in cui tutto sembrava praticamente perfetto e sottolineo sembrava. Già, chi l’avrebbe mai detto 10 anni fa che mi sarebbero successe tutte queste cose che immancabilmente hanno cambiato la mia vita!?? Nessuno e sicuramente è stato meglio così. Meglio non conoscerlo il proprio futuro perché è sicuro che non tutto sarà come uno vorrebbe… perché i problemi, i momenti no e i dolori ci sono per tutti e allora è giusto vivere la vita giorno per giorno, accettando quello che ci succede, ringraziando per le cose belle e sperando sempre in meglio. Sì perché sono fermamente convinta che “la speranza ci rende liberi” (modificando il famoso ‘la verità vi renderà liberi’).
Una sola cosa la sapevo già 10 anni fa… e cioè che oggi ti avrei pensato. L’ho fatto tutti gli anni, ogni 8 febbraio, ma dopo 10 anni era ancora più scontato farlo. Se non altro perché, seppure sia invecchiata di 10 anni e mi siano capitate tutte queste cose, il tuo lasciarmi quando non avevo ancora 21 anni, mi ha immancabilmente rivoluzionato la vita e soprattutto mi ha lasciato un vuoto, che magari a volte credo di avere colmato, ma che a tutti gli effetti non è così.
Ciao papà!
La tua Carla

sabato 21 gennaio 2012

MusicalMente... un'emozione


Anno nuovo, ritmi nuovi. Già, il nuovo anno mi ha portato un lavoro… dopo tanto tempo che ero a casa, è arrivato questo bellissimo regalo sotto l’albero. Tuttavia la mia quotidianità è cambiata e il tempo per fare le cose che più amo al mondo, è sempre troppo poco. E così anche il blog è stato temporaneamente abbandonato. Eppure cercavo un’ispirazione per un post. La sensibilità verso ciò che mi emoziona di più è sempre attivata e così, di punto in bianco, è arrivata l’idea per il primo post dell’anno. A proposito di ritmo.

Niente di straordinario, niente di nuovo, nessuna scoperta, ma semplicemente l’approfondimento di un’emozione che provo ogni volta che li sento suonare… già, i ragazzini rom che girano per le carrozze della metropolitana milanese suonando il loro violino. 
Emozione provata la prima volta che li sentii un paio d’anni fa ed emozione rinnovata ogni volta che casualmente entrano nella mia carrozza durante i miei viaggi nel sottosuolo milanese.
Sono quattro, chissà se sono fratelli, cugini o semplicemente amici che vivono nella stessa “comunità”. Di sicuro sono rom e di sicuro quel Canon in D di Pachelbel l’hanno imparato a suonare quando ancora non raggiungevano il metro d’altezza. Ed è vero, è sempre e solo quello che suonano, però, sarà che il brano sia di per sé stupendo (nonché conosciutissimo) e che loro lo sappiano suonare, ogni volta mi emoziono a tal punto che mi viene la pelle d’oca.
Secondo me tutto quello che ti emoziona al punto da farti venire la pelle d’oca è un’emozione vera, perché da una sensazione interna viene trasmessa e resa manifesta anche esteriormente.
E così mi sono posta due domande: come mai i rom sono tanto portati per la musica? E come mai ci si emoziona così tanto per un buon brano musicale?
Alla prima domanda mi ha risposto il buon Franz Liszt che in un saggio del 1859, a proposito degli zingari scrisse: “Dotati di un senso musicale d’incredibile profondità, certamente sconosciuto a qualsiasi altro popolo”.
Ed è vero, perché i rom non potrebbero vivere, morirebbero senza uno strumento musicale. Infatti utilizzano con grande passione e capacità il linguaggio musicale basando la costruzione dei brani su due elementi di fondo: l’apprendimento, come per la lingua parlata, di arie e melodie popolari e l’estro individuale particolarmente esaltato dalla pratica molto frequente dell’improvvisazione. Difatti è risaputo che i bambini imparano a suonare uno strumento – il violino, piuttosto che la chitarra o la fisarmonica – fin da piccoli, spronati dalle tradizioni familiari, da un genitore o da un fratello che insegna loro a suonare come da usanza, ma senza conoscere le note e per andare in strada o sui vagoni della metro a suonare a memoria per chiedere l’elemosina. Ciò fa parte della loro cultura nomade, ma non è questo il punto che volevo trattare. Quanto invece il fatto che a mio avviso l’arte spesso venga eseguita in maniera migliore se non c’è stato un vero insegnamento, uno schema da seguire, delle regole, corsi ed esami.
I più grandi geni della storia dell’umanità a scuola andavano malissimo, ad esempio e secondo me l’arte (in generale, non parlo solo della musica) è una materia per la quale uno deve principalmente essere portato. In maniera naturale e istintiva. Successivamente se a questa passione ed inclinazione naturale si vogliono dare delle regole, ben venga, ma io sono dell’idea che non ci sia niente di più terribile di un artista che ha frequentato tutte le scuole per diventarlo, ma che poi manca dell’assoluta passionalità, creatività ed emotività per eseguire al meglio la propria professione.
Invece per quanto riguarda la cosiddetta pelle d’oca, la risposta chiaramente sta nel nostro cervello.
Infatti secondo gli studi effettuati da un neurologo canadese, il cervello dell'uomo reagisce alla musica con l'attivazione di alcuni centri del piacere, una reazione che avviene anche durante le cosiddette "attività gratificanti", come l'assunzione di droga, mangiare o l'attività sessuale.
Inoltre lo studio ha evidenziato che i professionisti della musica ascoltano in modo diverso rispetto ai semplici appassionati. I primi hanno un approccio analitico, i secondi emotivo.
Tendenzialmente l’approccio emotivo è prerogativa degli incompetenti che, non avendo una preparazione specifica, rispondono agli stimoli di una composizione musicale in modo diretto. Un crescendo fa aumentare il battito cardiaco, un passaggio veloce - non necessariamente di grande virtuosismo - crea stupore e ammirazione. Una melodia struggente commuove subito, eccetera. Il professionista, invece, ha un ascolto analitico. Ogni nota che sente deve trovare una collocazione nella struttura del pezzo. Durante l'ascolto il cervello attua una sorta di decostruzione continua. Se il brano è per orchestra vengono individuati i diversi timbri, quindi collegati ai rispettivi strumenti, poi viene fatta una valutazione sulla qualità dell'esecuzione. Alla fine, se tutto procede senza intoppi, arriva una briciola di emozione.
Tuttavia è emerso che non è così per tutti e per fortuna molti professionisti non hanno mai perso l'ascolto emotivo.
Perché dico questo? Perché sebbene io non sia una professionista e anzi, abbia abbandonato il mio caro vecchio pianoforte da anni, credo di collocarmi in questa “fascia intermedia” di persone: fra il professionista e l’incompetente. Perché dopo 8 anni di pianoforte, anche se vissuti in maniera discontinua e spesso svogliatamente, non posso certamente definirmi incompetente ed infatti con gli anni ho realizzato come in un brano musicale ascoltato per la prima volta, qualunque sia il genere, ascolto prima la musica (e ammetto di essere fortemente condizionata dal suono del pianoforte, in primis e poi da quello del violino o della chitarra), POI le parole, se si stratta di una canzone. Questa cosa l’ho realizzata proprio quando gli amici mi chiedevano: “Hai sentito che bel testo?” oppure “Questa canzone è una poesia, ha delle bellissime parole!” e io mi rendevo conto che non l’avevo minimamente ascoltata in quel senso. Ed è così tuttora. Ascolto un nuovo brano per ascoltarne la musica e se quella mi convince o meglio, mi emoziona, allora passo ad ascoltare le parole. Il mio Ipod contiene più di 300 brani ma sono tutti, proprio tutti stati scelti al secondo ascolto e solo se la musica mi ha trasmesso un’emozione. 

Per chi non sapesse o semplicemente non si ricordasse quale è il Canon in D di Pachelbel, qui di seguito il video di una delle tante esecuzioni che ci sono in Youtube


sabato 24 dicembre 2011

Emozioni di Luce e Colore - E' Natale!!! (Part V)


L’ultimo appuntamento con il mio percorso di “Emozioni di Luce e Colore” non poteva che coincidere con la Vigilia di Natale, quando al termine del cammino di Avvento l’attesa si conclude con la notte santa che vede viva la memoria della nascita di Gesù. Noi cristiani adoriamo questo bambino oggi, dopo più di 2000 anni, perché è con noi qui e ora e quindi lasciamo spazio alla gioia e alla festa!
Dunque vengo a riproporvi il mio ultimo post, con la riflessione sul secondo dipinto di George De La Tour, in mostra a Palazzo Marino a Milano.
Perché questo dipinto intitolato “L’Adorazione dei pastori”, ci parla proprio del mistero della Nascita di Gesù, del Dio che si è fatto come noi, per essere uno di noi.
Come il dipinto precedentemente descritto, anche questo porta alcune delle stesse caratteristiche: in primo luogo il fatto che sia anch’esso a tema religioso e in secondo luogo che sia un “notturno” illuminato dall’interno, proprio dalla luce di una candela nonché dallo stesso Gesù bambino, che è nuova luce, luce del mondo.
Analizzando l’opera nel suo insieme, si possono riconoscere diversi personaggi, tutti raffigurati secondo modelli consueti del pittore.

Da sinistra a destra si riconoscono: la Vergine Maria, vestita di rosso e con le mani giunte, quasi assorta e in meditazione; un pastore che porta con sé un agnello, così docile che bruca la paglia della culla con discrezione; un pifferaio che sta per togliersi il cappello in segno di rispetto e umiltà; una nutrice che porta la zuppa per la puerpera e infine San Giuseppe che fa da contraltare alla figura di Maria, quasi come a chiudere il cerchio che si stringe attorno alla culla. E Giuseppe è colui che tiene in mano la candela che illumina la scena, schermandola delicatamente con la mano sinistra, ma come potete notare, in questo caso la mano, le dita, le sue unghie non diventano trasparenti come nel caso di Gesù nel dipinto “San Giuseppe falegname”. 
E infine lui, il piccolo che dorme sereno avvolto nelle fasce, sprigionando un bagliore divino. Lui nuova fonte di luce, che rende la scena mistica, quasi irreale e al contempo di contemplazione silente del miracolo. E oltre alla sua nascita, sono simboleggiate anche la sua morte e risurrezione: attraverso la figura dell’agnello mansueto (l’agnus dei), le fasce con cui è avvolto, così come gli occhi chiusi.
E dunque mi piace poter pubblicare questo post proprio a pochi minuti dalla mezzanotte di questo Natale. Per ricordare quale è questo grande evento che festeggiamo ogni anno, quale è il vero motivo, dato che ormai il suo vero significato si è andato perdendo e il Natale consumistico ha preso il sopravvento. Ma in fondo anche lo stare insieme in famiglia, il ritrovarsi con serenità e pace, non è solo un’usanza, una tradizione. E’ la risposta a ciò che sta dentro di noi, nel cuore di ciascuno di noi, nel bisogno di dare e ricevere amore, proprio sull’esempio che Lui ci ha dato 2011 anni fa.
Buon Santo Natale a tutti!

mercoledì 21 dicembre 2011

Emozioni di Luce e Colore - Part IV


Eccomi a riprendere il discorso lasciato in sospeso settimana scorsa. Mancano pochi giorni al Natale, a quella notte santa in cui l’intero mondo cristiano ricorda e celebra la nascita di un bambino che si è fatto come noi, per essere uno come noi e mi sembra questa la migliore occasione per cominciare a parlare dei dipinti di De La Tour che, come già anticipato in un post precedente, ho potuto ammirare a Palazzo Marino a Milano.
E’ ormai il quarto appuntamento con il Louvre a Milano (organizzato da Eni con la collaborazione del Comune), ma quest’anno si è scelto di ospitare due opere a tema religioso che dunque rimandano al significato più vero dei festeggiamenti natalizi.
Entrando nella sala allestita per la mostra, si incontra per primo il dipinto intitolato “L’Adorazione dei pastori”, ma volendo dare un senso a tutto questo, al mio percorso di “Luce e colore”, parlerò prima del secondo dipinto, di “San Giuseppe falegname”.
In quest’opera sono soltanto due i protagonisti: San Giuseppe falegname assistito da suo figlio Gesù ancora bambino.
In apparenza buia, il pittore ha giocato fortemente con luci e ombre per svelare profondi significati.
Tant’è che la parte più significativa del dipinto sta proprio nella luce di una fiamma che esalta i colori caldi e ha la capacità di coinvolgere l’osservatore.
La calda luce di una candela, retta da Gesù Bambino, che illumina lo spazio lavorativo del padre, quanto l’intera scena; il bagliore della candela da lui retta, che accende il dipinto dall’interno, illuminando il suo volto così come la fronte corrugata e i capelli radi di San Giuseppe, le pieghe della camicia e le mani gonfie dallo sforzo; la forza della candela che arde - schermata dalla mano del bambino che diventa trasparente - e rimanda sia a un’esperienza religiosa che umana, spirituale e  terrena. Perché la luce della candela esalta sia gli oggetti della scena (gli strumenti del falegname e quel truciolo arricciato che sembra addirittura afferrabile) sia diventa fonte salvifica, in quanto emanata dal volto di Gesù, simbolo dell’incarnazione divina. 
Difatti nella simbologia del quadro c’è un chiaro riferimenti alla croce (la trave di legno a terra fermata dal peso del piede di Giuseppe, entro la quale egli pratica un foto con un succhiello), sulla quale si giocava la salvezza del mondo secondo il Cattolicesimo e la fronte corrugata di Giuseppe sta a indicare l’angoscia di un padre per il destino del proprio figlio.
Ma è come se quest’immagine volesse comunicarci che, laddove gli altri vedono solo la fine, soltanto morte, la luce di Cristo ha dato un nuovo significato della notte e dell’oscurità: il significato di fede e speranza.
Ed è proprio quello che potremmo cantare in chiesa il prossimo fine settimana, quello che un canto conosciuto e divenuto popolare come “Astro del Ciel” ripete, per celebrare Gesù luce del mondo:
“Luce dona alle genti, pace infondi nei cuor”


mercoledì 14 dicembre 2011

Emozioni di Luce e Colore - Part III


Come anticipavo nel post precedente, la festività di Santa Lucia "regina di luce" è molto sentita in tutta la Scandinavia, visto che rappresenta un momento di allegria prenatalizia nei freddi inverni del Nord, in cui non è raro trovare casette di legno sommerse o comunque circondate di neve e ghiaccio ma vedere anche da lontano le calde luci delle candele che illuminano il loro interno. 
E tutto perché nelle case di legno (che sono tipiche del paesaggio extraurbano) non c’è l’usanze di scuri o tapparelle e le persone non si nascondono e non si vergognano se i passanti (passanti, non guardoni, ovviamente) guardano in casa attraverso i vetri. Anzi, il più delle volte espongono oggetti natalizi (candelabri dell’Avvento, angioletti, casette innevate, Babbi Natale, renne di paglia ecc.) sui propri davanzali, in modo che siano ben visibili dall’esterno. 
E il tutto riporta all’idea tradizionale della casa-focolare. 
A tal proposito è facile immaginare come in occasione della prima grande festa pre-natalizia si aprano ufficialmente le danze delle grandi tavole imbandite.
Per questo, come anticipavo ieri, avendo deciso di festeggiare anche io nel mio piccolo, per cena e per un ospite non svedese, ma incuriosito e affascinato da questo paese, ho preparato un menù svedese. Pietanze consumate anche al di là della festa del 13 dicembre, visto che il pesce è l’alimento principale della Svezia, ma che hanno permesso di avvicinarci anche di più a quelli che ieri sono stati i festeggiamenti a 2000 km di distanza.

Il Menù della serata era quindi composto da:

ANTIPASTO

Tartine (Smörgåsbröd) miste di salmone, gamberetti e sardine (corrette sarebbero state le arringhe, ma qui in Italia non facilmente reperibili); 



SECONDO
Le tentazione di Jansson (Jannsons Frestelse), pasticcio (o gratin) di patate, cipolla, sardine e panna davvero saporito, a cui, dato il nome, è difficile resistere (chiaramente se piacciono gli ingredienti appena nominati);



DOLCE
Dulcis in fundo, anziché i soliti pepparkakor, i biscotti di cannella, cardamomo e chiodi di garofano macinati, che tutti possiamo assaggiare e comprare anche all’Ikea, i lussekatter, letteralmente “gatti di Lucia”, che sono delle briochine di zafferano e uvetta (e dovrebbero avere la forma di S o di 8), di cui parlavo nel post precedente.



E per accompagnarli, il glögg, il vin brulè svedese, arricchito con mandorle e uvetta (per fortuna anch’esso acquistabile all’Ikea)
Ma ATTENZIONE, questa bevanda va servita rigorosamente calda!!!
Non bisogna infatti dimenticare che in Svezia le temperature invernali arrivano anche a -20°C e il glögg lo bevono per scaldarsi.


God Aptit!

Il tutto arricchito da una tavola apparecchiata con i classici colori del periodo (bianco, rosso e verde) et dulcis in fundo… per rendere l’ambiente caldo e accogliente, potevano mica mancare le candele!??



Una curiosità da aggiungere: il periodo natalizio in Svezia è all’insegna dello zafferano anche perché con il suo colore giallo simboleggia la luce proprio nel periodo più buio dell’anno.