giovedì 4 gennaio 2018
La prima volta che ti ho visto
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domenica 10 dicembre 2017
Un Anno
Un anno fa scoprivo che Tu crescevi dentro di me... e che c'eri già da 7 settimane.
Non dimenticherò mai l'emozione e la gioia di quel momento, la sorpresa preparata al tuo papà e l'istintivo pensiero di prenotare la prima ecografia.
Ringrazio tutt'ora d'aver agito così.
Questo è il secondo dicembre consecutivo che non lavoro, ma quest'anno è ben diverso, perché tu sei qui con noi, la gioia più grande!
Non dimenticherò mai l'emozione e la gioia di quel momento, la sorpresa preparata al tuo papà e l'istintivo pensiero di prenotare la prima ecografia.
Ringrazio tutt'ora d'aver agito così.
Questo è il secondo dicembre consecutivo che non lavoro, ma quest'anno è ben diverso, perché tu sei qui con noi, la gioia più grande!
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venerdì 25 agosto 2017
300 giorni insieme - I parte
Mi chiamo Carla, ho 36 anni e sono mamma da 18 giorni.
Sono la mamma di Elia, nato il 2 agosto alle 04:27 dopo
esattamente 24 ore dalla prima contrazione dolorosa. Sì, perché sicuramente, in
quanto milanese doc (F205 del Codice Fiscale non mente), doveva recuperare la
mancata nascita nel giorno stabilito dai conteggi ostetrici con un altro dato
di estrema precisione.
A 18 giorni dal parto sono tantissimi i pensieri e le
emozioni che si fanno strada, si rincorrono, si mescolano dentro di me. E sono
mesi che aspettavo questo momento, il momento in cui potevo guardare indietro,
ripensare alla mia gravidanza e all’esperienza più forte della mia vita, per
poterla raccontare nel mio blog che non viene aggiornato da troppo tempo ormai.
Una cosa sola è certa: un figlio è il dono più grande che si
possa ricevere e il percorso che ti porta a diventare mamma è spesso difficile,
sofferto, carico di preoccupazioni e dubbi, ma assolutamente unico e
impareggiabile. Perché con il cuore colmo d’amore guardo mio figlio e penso a
come sia parte di me e come lo sarà sempre.
Da giorni pensavo al titolo da dare al post: “Il miracolo
della vita”, “Sei arrivato!”, “Vi presento Elia”, “Finalmente Elia!”, ma non
era nulla di originale. Poi all’improvviso ho avuto l’idea di coinvolgere i
numeri, con i quali ho un rapporto molto stretto. Basti pensare che ricordo
tutti i compleanni e che i countdown sono una mia vera passione. E questo anche
se io e la matematica non abbiamo mai legato molto.
Ripensando dunque ai giorni della gravidanza e da quanto
tempo Elia è arrivato fra noi, mi è bastato fare la somma per concludere che
sono 300 giorni. Dati alla mano: 280 giorni di gravidanza + 2 giorni oltre
termine + 18 dalla nascita.
E a chi mi domanda come sono andati, ora come ora, col senno
di poi, guardo mio figlio e rispondo che è andato tutto bene. Ma se torniamo
indietro di 8 mesi….
280 giorni + 2
Mentre ora rispondo ai tanti: “Che amore! E’ un maschio o
una femmina?”, “Oddio, che piccolo! Quanti giorni ha?” e “Guarda che piccolino!
Come si chiama?”,
Ripenso…
...Che ho scoperto di aspettarti l’8 di dicembre alla Festa
dell’Immacolata Concezione. E scoperta delle scoperte, che ero già incinta da 6
settimane. Che cosa ho provato? Un’immensa gioia, la sensazione di essere parte
di qualcosa di più grande, di essere stata fortunata a ricevere questo dono, a
custodirlo e nutrirlo affinché potesse crescere per diventare quella cosa
chiamata VITA.
...A quante preoccupazioni ho avuto per 9 lunghissimi mesi. Di
certo, da primipara, ma ogni giorno che passava mi sentivo sempre più sollevata
perché vedevo avvicinarsi sempre più il traguardo.
...Alle numerose rinunce enogastronomiche a causa della possibilità di contrarre la toxoplasmosi o di danneggiare il feto. Niente Sushi, insalata, prosciutto crudo, salame, kebab, Aloe vera per 8 lunghi mesi. Ma ce l'ho fatta! Prova superata!
...Alle numerose rinunce enogastronomiche a causa della possibilità di contrarre la toxoplasmosi o di danneggiare il feto. Niente Sushi, insalata, prosciutto crudo, salame, kebab, Aloe vera per 8 lunghi mesi. Ma ce l'ho fatta! Prova superata!
...Al periodo fra la settima e la decima settimana, trascorso a
casa a riposo, con l’ansia più grande di poterti perdere per un distacco
placentare.
...Ai numerosi disturbi fisici che mi hanno accompagnata per
quasi tutta la gravidanza. Anche perché io e te siamo atipici e figuriamoci se
potevo avere i classici nausea e vomito. Quante volte, mentre stavo male,
ripetevo frasi come: “Tieni duro Elia che fra X giorni abbiamo l’ecografia di
controllo”, “Elia resisti che fra X giorni siamo alla settimana Y”?!
...All’entusiasmo con cui andavo alle visite e ai controlli
perché con l’ecografia mi potevo accertare che tu stessi bene. Tant’è che
quelle poche settimane trascorse in salute, sono state un vero regalo, perché
momento importantissimo per realizzare che tu c’eri, combattevi con me e
continuavi a crescere.
... Alle preoccupazioni fondate su dati statistici, perché
l’ansia da primipara ti porta a leggere di tutto e di più sulla gravidanza.
Testi scientificamente provati così come i vari “a domanda risponde chiunque” in
internet. Sta di fatto che non è mai stato nascosto che fino a 24 settimane di
vita le possibilità che il feto ha di sopravvivere sono il 20% e che l’80% lo
raggiungi solamente alla 28esima settimana. Quindi, pensa a come mi sentivo per
tutte quelle settimane. Di pensiero uno solo e cioè che non è assolutamente
vero quando ti dicono che superati i primi tre mesi puoi stare tranquillo. Ok
che le possibilità di aborto calano di settimana in settimana e che dalla
21esima settimana non si parla nemmeno più di aborto ma di parto, ma resta
evidente che 24 settimane non sono 3 mesi ma 6… esattamente il doppio! E
superata la 28esima? L’ansia di arrivare alla 35esima per scongiurare il
pericolo di prematurità che non può mai darti la garanzia di sopravvivenza.
Anche se per fortuna nel XXI secolo i progressi fatti dalla medicina danno
sempre più speranze anche ai genitori di figli nati prematuri. E per finire? L’ansia
da parto, il pensiero che non sapevo che cosa aspettarmi, il ricordo di
racconti negativi di tante donne che hanno partorito prima di me, la speranza
che il mio fosse diverso, migliore. E per fortuna devo dire che così è stato.
Ma oltre agli aspetti negativi, ripenso a tutti quelli
positivi! A partire dalle emozioni più forti che ho provato e che mi porterò
dentro per sempre.
...Alla prima ecografia fatta alla 7. settimana in cui ho
sentito il tuo cuoricino battere forte forte forte. E’ stata un’emozione
indescrivibile vedere e sentire che tu c’eri! E pensare che misuravi solo pochi
millimetri…
...All’ecografia della 10. settimana, durante la quale per la
prima volta ho visto che avevi le sembianze di un minuscolo essere umano. Quel
giorno rimasi colpita dal fatto che tu ti agitavi in continuazione, muovendo
quelle che poco dopo sarebbero diventate le tue braccia e le tue gambe. Da
allora quei movimenti mi hanno accompagnata per l’intera gestazione. Persino
nel momento cruciale del parto, in barba a chi sostiene che negli ultimi giorni
il bambino si muove molto poco.
...A quando ho sentito per la prima volta i tuoi movimenti,
alla 19.settimana, e a come si sono evoluti successivamente. In principio erano
movimenti delicati, uno sfarfallio e la voglia di farlo sentire esternamente
anche al papà (che invece ha dovuto aspettare un altro mese prima che fosse
possibile) e poi via via sempre più netti e riconoscibili. Quando poi negli
ultimi due mesi ho saputo che la tua posizione era quella di una L e che non
hai mai più cambiato, sapevo con certezza che i movimenti a sinistra erano
calci, quelli a destra di schiena e fondoschiena e che quando li sentivo sia da
un lato che dall’altro, che stavi cercando di stiracchiarti e farti largo il
più possibile. E fino alla fine, non appena ti sentivo muovere, appoggiavo le
mie mani sulla pancia e ti accarezzavo per stabilire un contatto con te che
puntualmente mi davi
...A tutte le volte che ti ho fatto ascoltare musica, le
canzoni che mi piacciono, anche in loop, e toccandomi la pancia, ti dicevo:
“Ascolta Elia! C’è “xxxxxx”” Naturalmente cantandole anch’io.
...A quando da un elenco di 8 nomi ho scelto il tuo, con
l’unico dubbio che non mi permetteva di darti un soprannome. In realtà da
quando sei nato te ne ho dati talmente tanti (ragnetto, topino, gnomo, nanetto
e pupazzetto per nominarne alcuni) che il papà si preoccupa che tu possa avere
problemi di identità.
...Al corso pre parto, perché, anche se a livello teorico mi è
servito parzialmente dato che avevo già letto libri e decine di informazioni in
internet, è stata un’esperienza importantissima per l’enorme bisogno che
sentivo di dover condividere la mia gravidanza con qualcuno che fosse
attualmente nel mio stesso stato. Perché parlare con qualcuno che ha partorito
1, 2, 5 anni prima non è la stessa cosa.
...A una mia collega di lavoro che a metà percorso mi aveva
detto che il peso che avresti avuto all’ecografia del terzo trimestre si
sarebbe raddoppiato alla nascita… perché così effettivamente è stato. Dai 1800
di inizio giugno sei arrivato a pesare 3600 a inizio agosto
...Alle cose belle che sono riuscita a fare in gravidanza, come
il viaggio ad Ibiza a inizio settimo mese e il concerto di Tiziano Ferro
all’ottavo. E nonostante non stessi bene del tutto, penso di aver fatto
benissimo a non rinunciarci.
...Al primissimo giorno dell’ottavo mese in cui è comparso il
singhiozzo. Un tic ritmico sul lato destro che mi faceva sorridere, perché
sapevo che ti stavi preparando per venire al mondo, cercando di sviluppare
giorno dopo giorno la capacità di poter respirare autonomamente una volta
abbandonata la vita uterina.
...Alla gioia che ho provato superando la 37.settimana, momento
in cui il bambino non viene più considerato pre termine, e alle grandi speranze
che nutrivo affinché nascessi il 20 luglio. Perché il 20 luglio? Perché oltre
al compleanno avresti festeggiato anche l’onomastico. Non potevo spiegare il
motivo a nessuno, dato che solo pochissime persone sapevano il nome che ti
avremmo dato, però il 20 luglio sul calendario è Sant’Elia. Però quel giorno
nulla si è mosso. Non c’è stata neanche la minima contrazione.
...Al 31 luglio, data presunta del parto, alla visita a termine
che ho fatto, alle parole della ginecologa: “E’ ancora tutto chiuso. E’ ancora
presto” e alla mia delusione, perché già ti aspettavo da una decina di giorni e
perché era stata fissata al 10 agosto l’eventuale (tanto temuta) induzione
...Infine a come, a meno di un giorno di distanza da quell’affermazione,
sia iniziato il mio travaglio.
E io che avevo paura di non saper riconoscere le
contrazioni, di non sapere quando sarebbe stato il momento di dire: ci siamo!
Fra poche ore partorirò…
Chiamalo istinto femminile, istinto materno, ma dolori tali
sono inconfondibili e allora, con tanto di app “Il contatore di contrazioni” alla
mano (in pratica non mi sono mai separata dal mio cellulare per l’intera
giornata), ho trascorso quelle lunghissime ore che mi hanno portata a partorire
il 2 agosto alle ore 4.27.
Il 2 agosto, con un ritardo più che accettabile (e “perdonabile”),
direi, scacciando così l’ombra del parto indotto.
Ehi, ma per caso hai ascoltato il papà che ti diceva di non nascere
l’1 agosto!??
giovedì 22 ottobre 2015
COSI non si fa, Fabrizio
E’
il 22 ottobre ed è giovedì. In apparenza un giorno come un altro, senza grandi
eventi.
Non
è un bel periodo questo perché se 8 anni fa il diavolo cancro era uscito dalla
porta, da qualche mese è rientrato dalla finestra acchiappando un’altra persona
che presto ci lascerà.
Non
li ha mai conosciuti ma presto il papà di Marino potrà incontrare i miei
genitori e tutti insieme dall’alto ci guarderanno e ci accompagneranno.
Non
sono quindi giornate facili e i cuori portano già un certo peso, però, dato che
nessuno sa quanto gli è dato ancora da vivere, la vita va avanti e si cerca
sempre di trarre il meglio da ogni singolo giorno che ci è concesso.
Come
ogni mattina apro il frigorifero e, sarà un caso o davvero qualcosa di
superiore a noi (sesto senso? Un messaggio divino?), il mio primo pensiero va a
Fabrizio. Da un lato sorrido, dall’altro mi domando perché mio marito ha
accettato da lui questa enorme forma di formaggio grana che da qualche giorno occupa
il ripiano basso del frigorifero.
Proprio
l’altro giorno Fabrizio ci ha detto che non l’avremmo tenuto a lungo, forse
consumato alla prossima missione, ma tutti i giorni continuo a pensare che
manca ancora troppo tempo e che dobbiamo trovare una soluzione alternativa.
Sarà
quindi un caso che da domenica scorsa penso a Fabrizio ogni volta che apro il
frigorifero?
Adesso,
dodici ore dopo, mi viene da pensare che invece potesse essere un segnale.
Esattamente
come il messaggio pieno di affetto che giusto ieri lui aveva scritto a Marino.
Gliel’ha
detto per tempo che lo considerava come un fratello minore e che gli voleva un
mondo di bene. E questa è una grande ricchezza, Marino.
Non
tutti ti hanno visto e sentito così di recente. Me compresa. E sicuramente
perché non sono né una runner, né purtroppo la persona più attiva all’interno
del gruppo dei Podisti da Marte.
E
difatti è proprio da Marino che vengo a sapere cosa ti è successo. Appena alle
9 di mattina hai saputo sconvolgere la mia giornata, Fabrizio. Cose COSI non si
fanno.
Sto
chiacchierando con una collega quando mi arriva la notifica del nuovo stato
facebook di mio marito.
Leggendolo
velocemente colgo solo tre parole: “Fabrizio” – “non ci sei più” – “volevo bene”
Subito
penso a uno scherzo… scritto così poteva anche sembrarlo.
Ma
qualcosa mi dice di rileggerlo bene e… la giornata da tranquilla e “senza
grandi eventi” si trasforma in tragedia.
Dire
che sono sempre i migliori che se ne vanno troppo presto sembra una frase
fatta, di circostanza, ma questa volta è proprio COSI’.
Che
poi, caro Fabrizio, oggi mi hai fatto odiare il mio lavoro più che mai.
Hai
idea di cosa significhi lavorare sui social e quindi avere Facebook
perennemente aperto in ufficio in un giorno del genere? Dovermi in qualche modo
trattenere dal piangere tutto il tempo perché oggi Facebook mi notifica solo
messaggi di AMORE verso di te che ci hai lasciati così senza un saluto?!
Secondo te, lavorato io oggi?! Assolutamente no!
Penso
a te tutto il tempo, sto guardando foto, leggo messaggi, tutto questo fa male.
Perché
Fabrizio mi avevi conquistata… con la tua energia, il tuo sorriso, la tua
immensa voglia di vivere, l’altruismo e la generosità, il tuo essere amico di
Marino e il tuo volermi bene.
Sì,
perché Fabrizio voleva bene a tutti i suoi “Marziani”, anche a quelli meno
attivi.
Quando
ancora non lo conoscevo e sentivo Marino che parlava sempre, ammetto che non
capivo. Mi parlava di questo Fabrizio, delle varie corse, delle missioni, dei
progetti futuri e rideva nel raccontarmi certe scene e nel ripetermi le frasi
ironiche e sarcastiche che il Capitano rivolgeva a lui e agli altri.
Fabrizio
veniva nominato in continuazione, Marino lo adorava. Col tempo ho capito che aveva
finalmente trovato una persona con i suoi stessi pensieri e valori. Con
Fabrizio si sentiva completo perché riusciva a fare quello che aveva da anni
sognato (“Cambiare il mondo”) ma senza riuscirci appieno.
Fabrizio
era COSI’… un vulcano di parole, pensieri, opere, iniziative in continua
eruzione ed era impossibile restare indifferenti. L’ho capito subito quando l’ho
incontrato la prima volta e ha conquistato anche me.
Mi
passano davanti agli occhi tante scene vissute e le risate che mi hai fatto
fare durante alcune missioni e soprattutto durante i tre anni di tour della
Color Run.
Mi
ricordo il tuo ultimo abbraccio e i pensieri premurosi che mi arrivavano da te
tramite Marino.
Penso
alla tua adorata Claudia e al piccolo Vito che aveva un padre speciale che noi
tutti dovremo raccontargli.
Penso
ai Podisti da Marte, a quello che hai fatto per noi marziani e per tantissime
associazioni no profit e onlus, unendo lo sport alla beneficienza. Tutti i post
su facebook e gli articoli della stampa lo dimostrano.
E
ora cosa succederà?
Tu
sei insostituibile, Fabri.
Noi
tutti possiamo avere idee, progetti, entusiasmo per portare avanti i tuoi
ideali, per aiutare il prossimo, ma non ho mai conosciuto nessuno come te COSI’
buono ma anche chiacchierone, sorridente, geniale, ironico, dissacrante e “follemente sano”.
Però
stai tranquillo. Sicuramente uniremo le forze e continueremo a fare del bene
così come tu ci hai insegnato. Se no, lo so già... non ce lo perdonerai mai.
Mi
mancherai Fabrizio. Molto di più di quanto tu potessi immaginare. Non ti ho
visto troppe volte nella mia vita, ma sono felicissima di averti conosciuto e per
quel poco ti porterò sempre nel mio cuore.
Un
giorno poi ci ri-incontreremo e chissà… forse riuscirai a convincere anche me a
diventare una runner. D’altronde là tutto è possibile.
Grazie
per tutto quello che hai fatto. La tua è stata una vita troppo breve e ancora
potevi fare tanto ma sicuramente è stata piena. Molti dovrebbero prendere
esempio da te.
Perché
l’unica verità è che “Non sappiamo quando moriremo, ma possiamo decidere come
vivere” (cit. Il Capitano de I Podisti da Marte)
Sbagliamo, non ci diamo mai importanza perché in un certo senso ci sentiamo
invincibili, e invece il messaggio deve essere che dobbiamo sempre vivere la vita al
meglio perché non saremo su questa terra per sempre.
Ciao
Podista da Marte. Grazie a te i nostri cuori sono Gialli.
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RIP
martedì 21 aprile 2015
Il colore dei ricordi
Avrebbe
avuto 115 anni e invece sono 30 che non c’è più. Era mio nonno, il papà di mio
papà, del quale non ho alcun ricordo se non alcune foto, troppo poche, che ci
vedono insieme.
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| Io e nonno Giannetto nel 1982 |
Mio
nonno era nato nel 1900, figlio di un nuovo millennio e ultimo maschio di una
famiglia di contadini che prima di lui aveva avuto altri tre figli. Tutti e
quattro battezzati con la prima lettera dell’alfabeto.
Mio
nonno si chiamava Armando ma era solo il nome dei documenti ufficiali, della
burocrazia, delle dichiarazioni. Era invece Giannetto il nome nel quale si
riconosceva maggiormente e con il quale tutti lo chiamavano, tanto che i suoi
quadri li firmava G.B.
Mio
nonno Giannetto era un pittore, un’artista professionista che ha lasciato
traccia di sé in tantissimi quadri ora in mio possesso e anche avvicinando
all’arte suo figlio Giancarlo, mio padre, che a sua volta dipingeva per
diletto. Ma non solo, perché mio nonno insieme al fratello maggiore Alfredo
trascorreva le giornate a decine di metri dal suolo, decorando pareti e
soffitti di chiese e cappelline del ferrarese e quindi quelle che non sono
andate distrutte, ancora tramandano la loro arte. Insieme “erano una squadra
fortissimi”.
![]() |
| Un particolare dipinto da mio nonno |
Aveva
perso il suo adorato fratello, il suo “socio in affari”, un’artista di grande
livello (di lui mi resta un quadro che trovate in fondo al post e che dimostra
a colpo d’occhio la sua bravura). Quando morì, Alfredo aveva 48 anni e con la
sua morte svanirono i sogni dei suoi familiari di vederlo sposato e padre di famiglia.
Personalmente
credo che mio nonno per tutto il resto della sua vita si sarà domandato perché
a morire fosse stato Alfredo e non lui. Non dico che abbia avuto dei veri sensi
di colpa, ma sicuramente un grande rimpianto.
![]() |
| Interno - prima del trasloco |
Era
una casa di inizio 1900, arredata con mobili vecchi di cui ancora ricordo
l’odore, però l’ho fatta mia e ho dei bellissimi ricordi di quei due anni in cui ci ho vissuto.
Purtroppo
quello che ne resta sono solo alcune foto, scattate il giorno
in cui ci siamo trasferiti nella nuova casa.
Attualmente
di quella casa resta la struttura esterna perché per il resto è stata
completamente ristrutturata e suddivisa in tanti mini appartamenti.
![]() |
| Come appare oggi la palazzina |
Personalmente non ci ho più voluto mettere piede nemmeno quando gli appartamenti erano stati messi in vendita. Ho preferito mantenere il ricordo di com’era, per quanto l’ho amata.
Quella
casa poi portava un chiaro segno del passaggio di mio nonno. Pareti e soffitti
erano stato accuratamente decorati da lui. Nel suo stile.
Ve
ne potete fare un’idea da queste foto.
E
poi c’era la sua stanza in cui si rifugiava a dipingere: la cosiddetta stanza
del pittore che odorava di olio e di solventi e in cui imperava un “ordine
artistico” per non dire caos creativo.
![]() |
| Mio nonno Giannetto |
Un
giorno, poco prima del nostro trasloco, sono andata a sedermi su quella sedia.
Prima che andassero perdute cose importanti o addirittura gettate nella
spazzatura, volevo dare personalmente un’occhiata. E fu così che ci trascorsi
un bel po’ di tempo in quella stanza. Aprivo le ante degli armadietti e i
cassetti, mettevo da parte ciò che poteva ancora essere utile, rimanevo colpita
dal fatto che ancora ci fossero suoi biglietti da visita di 15 anni prima.
Ma
soprattutto ci ho trovato “l’oggetto” che ha ispirato questo post.
In
un cassettino c’erano delle matite abbandonate. Qualcuna appuntita, qualcuna
ormai consumata e anche di marche diverse, ma essendo io sempre stata
appassionata di colori e di tutto ciò che è creativo, non potevo lasciarle di
certo lì. Lebez… Staedler… Multicolor… A.W.Faber… Faber Castell… Fila… e tanti diversi
colori. Anche tonalità così chiare che ormai non sono più in commercio.
E
così, con le sue matite in mano, ho pensato alla “storia” che potevano avere avuto
e a come le avrei potute utilizzare io.
Qualche
mese fa, a 20 anni da quei giorni pre-trasloco, aprendo un cassetto della mia
vecchia scrivania, le ho ritrovate. Gelosamente custodite in un astuccio di
pelle. Mai più toccate dall’ultimo disegno realizzato a matita alle superiori.
Perché
crescendo mi sono resa conto che erano un tesoro, un ricordo di quel nonno che
praticamente non ho mai conosciuto e che sicuramente è contento che la nipote
non le abbia prima di tutto cestinate e poi, consumate.
Ed è
stato in quel momento, toccandole con mano, che mi sono ricordata del giorno
del “ritrovamento” e immediatamente e mentalmente, ho composto per sommi capi
questo post.
Se
difatti è passato un po’ di tempo è unicamente perché per rendere il lavoro
completo, avevo bisogno di un supporto iconografico che potevo reperire
soltanto tornando a Ferrara.
Non
sempre ciò che scriviamo deve avere una motivazione, una spiegazione logica.
Questo post è stato infatti il mio modo personale di fare memoria di certi
avvenimenti del passato e di ricordare mio nonno e dunque, come direbbero gli
inglesi, la conclusione migliore è:
In the loving memory of my Grandpa
![]() |
| Dipinto da Alfredo Bergamini, fratello di mio nonno Giannetto |
domenica 8 febbraio 2015
Quattro mani e uno pseudonimo per una serata noir
Mi
sono sempre domandata come si fa a scrivere a quattro mani. Mi immagino litigi,
prevaricazioni, divergenze, ritardi nella consegna, diversi punti di vista,
diversi valori, diverse esperienze di vita. E se poi si tratta di una coppia
amorosa, la cosa si complica ancora di più secondo me. O forse è vero che
l’amore non è bello se non è litigarello!?? Sta di fatto che l’altro giorno ho
avuto conferma che a quattro mani si può generare successo. Una coppia, uomo e
donna, marito e moglie, scrittore lui, scrittrice lei, con un passato
lavorativo personale ma ora accomunati da un nome e cognome ben identificato
seppur frutto della loro fantasia. Lo pseudonimo Lars Kepler ha all’attivo
cinque romanzi, un Bestseller e migliaia di copie vendute in tutto il mondo ed ora
entrano a far parte della rosa degli scrittori svedesi che stanno riempendo i
ripiani della nostra libreria. Inutile ricordare le “mie origini” svedesi, il
legame con questo popolo, la conoscenza della lingua, l’affiliazione non
forzata di mio marito che fin dal nostro primo anno di fidanzamento si è
innamorato di questo paese, le tradizioni tramandate e ben presenti in casa
nostra, il possesso della tessera Ikea Family che anche a Milano mantiene vivo
un certo tipo di rapporto.
E nel
caso specifico di questo racconto l’Ikea è parte dei giochi perché è grazie al
tesseramento e all’iscrizione alla sua newsletter che sono venuta a conoscenza
di un evento che stava organizzando nel negozio di Milano Carugate.
Io
non sono amante delle newsletter, il più delle volte le cestino senza neanche
aprirle, ma il titolo “Una serata all’insegna del mistero firmata Lars Kepler” e
l’invito a partecipare alla “Caccia al delitto” in negozio, ha subito catturato
la mia attenzione. Sicuramente perché amo leggere romanzi gialli e noir,
sicuramente perché in questo periodo sono alle prese con i giallisti svedesi,
ma soprattutto perché è già da due anni che dico a mio marito che vorrei
partecipare a una “Cena con delitto” in villa ma purtroppo non c’è ancora
stata occasione.
Pertanto
mi sono ripromessa di chiedere a mio marito se gli andava bene partecipare.
Tuttavia me ne sono dimenticata e quando lui per puro caso ne ha letto notizia
sul giornale, in un certo senso era già troppo tardi. Troppo tardi per
iscriversi alla serata. Ma siccome ci siamo rimasti entrambi male, abbiamo
comunque mandato l’email di iscrizione fuori tempo massimo. E una volta tanto
ci è andata bene.
Confermata
la partecipazione alla serata con indizi (parlavano di “Caccia al delitto” ma
in realtà il delitto devono esserselo dimenticato), ricevuto uno sconto del 15%
per acquistare il romanzo “Nella mente dell’ipnotista” e confermato il meet
& greet con Lars Kepler, autore del romanzo in questione, abbiamo
scombinato i nostri progetti per la serata per dedicarci a questo.
Arrivati
nel negozio, dopo un velocissimo “pit stop” per acquistare il romanzo nella
libreria del centro commerciale Carosello presso la quale era valido il buono
sconto, sono rimasta sorpresa nel vedere che la comunicazione dell’evento aveva
raggiunto un discreto numero di consumatori e dunque partecipanti. Ma la
perfetta organizzazione non ci ha fatto perdere tempo e muniti di una mappa del
percorso da fare e 6 quesiti ai quali dare risposta secondo gli indizi indicati
su dei cartellini appesi all’interno dello spazio espositivo (a loro volta
segnalati da una macchia rosso sangue sul pavimento), abbiamo iniziato il
gioco.
Svolgendosi
in una serata infrasettimanale non c’era problema di “circolazione” fra le
corsie del negozio solitamente invase da persone e non avendo un tempo massimo
per risolvere il gioco, avremmo avuto tutto il tempo per portarlo a termine, ma
in queste cose a mio marito scatta lo spirito competitivo e quindi in 15 minuti
abbiamo finito. Risposto brillantemente ai quesiti (con numeri) e risolto
l’anagramma delle lettere che componevano la soluzione finale (nonostante fosse
stato sottratto un cartello che per un attimo ha bloccato noi e anche gli altri
partecipanti), siamo andati a consegnare i nostri fogli nella zona ristorante
dove in cambio ci hanno dato come premio delle ciabatte nere legate con del
nastro giallo “crime scene do not cross” ad una sagoma di cartone a forma di
casa.
A
questo punto non ci restava che attendere Lars Kepler per il meet and greet e
l’ora di tempo a nostra disposizione l’abbiamo impiegata mangiando svedese e
riflettendo sulla buona riuscita di questa operazione di marketing: bella idea,
ottima organizzazione, consumatori in negozio in un giorno lavorativo e
l’incontro con un autore svedese da bestseller.
Anzi,
scusate, con i due autori: all’anagrafe Alexander Ahndoril e Alexandra Coelho
Ahndoril
Quando
è stato il nostro turno, io mi sono presentata in svedese. A loro non sembrava
vero di poter parlare liberamente la propria madrelingua e anche l’interprete
che l’Ikea aveva messo a loro disposizione, si è potuta rilassare un attimo.
Non c’era il tempo di fare tante chiacchiere essendoci parecchia gente pronta a
salutarli e a congratularsi con loro, ma sono comunque riuscita ad apprezzare
la loro disponibilità facendomi fare una dedica sul romanzo, scoprendo che lei
ha la mamma portoghese (da cui il cognome Coelho) ma che la lingua l’ha dovuta
imparare da autodidatta e da adulta (ed è stata tanto carina da farmi i
complimenti per il mio svedese) e facendo loro una foto insieme a mio marito
che a sua volta l’ha scattata a me.
Quindi
avendo ora il loro quinto romanzo autografato doppiamente Lars Kepler, non
mi/ci resta che procurarci i quattro precedenti per poterli leggere in ordine
cronologico.
Che
poi nel frattempo si è fatta strada un’altra questione.
Mio
marito mesi fa mi ha chiesto di scrivere un pezzo a quattro mani su un
argomento più caro a lui che a me, ma pur sempre condivisibile. Che dite, ci
inventiamo uno pseudonimo e facciamo partire il cronometro della sfida?
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scrittori,
Svezia
giovedì 5 febbraio 2015
Ti compro che ti organizzo che ti riciclo
Ditemi
la verità: anche voi avete la cassetta per la pubblicità appesa al cancello o
al muro esterno di casa vostra? E da quando c’è, sperate anche di difendervi meglio
dallo spamming cartaceo?
E non solo perché può effettivamente risultare utile consultare i volantini
pubblicitari per comparare i prezzi di più punti vendita e approfittare di
sconti, offerte e promozioni.
No, quella dei volantini è una delle mie più inconsuete
passioni tanto che quando li vedo spuntare dalle cassette degli altri condomini
devo sempre trattenermi dal non portargliene via qualcuno. E ad essere sincera spesso lo faccio.
Mi autorizzo da sola sapendo che per la maggior parte
delle persone è “spam”.
Alla sera sono capace di rientrare a casa con in borsa
due o tre volantini che poi in automatico finiscono sulla pila di quelli
raccolti durante la settimana. Li guardo, anche con interesse, mentre faccio
colazione o durante la pausa caffè nei fine settimana e poi, segnati su un
foglietto gli acquisti che vorrei fare, se ce ne sono, li butto immediatamente
nel cestino della carta.
Si prende, si consulta, si elimina. Tre mosse l’una
conseguenza dell’altra. Molto logicamente.
Un giorno mi sono domandata come mai adoro i volantini.
In fondo sono una forma di pubblicità dell’esercizio commerciale in questione e
fra l’altro li raccolgo anche se non mi serve per forza qualcosa. Altrimenti,
se così fosse, avrei una casa-magazzino dell’elettronica e una scorta trimestrale
di prodotti alimentari da consumare a rotazione per evitare il deterioramento.
Pertanto sono arrivata alla conclusione che questa
passione dev’essere conseguenza logica di un’altra passione e cioè quella per
lo “shopping” in generale. Qualcuno strabuzzerà gli occhi ma a me rilassa.
Mai avrei pensato di fare un’affermazione del genere
quando avevo 8 anni e mia mamma mi trascinava nei vari negozi e centri
commerciali e io passavo il tempo a cercare sedie e panchine su cui annoiarmi
per delle ore.
Però si vede che qualcosa è rimasto ed eccomi qui,
adulta, che adoro andare nei vari esercizi commerciali. Magari non compro nulla
(almeno non subito) ma adoro girare fra le corsie, confrontare prodotti, consultare
i prezzi, le offerte e guardare le novità.
Comunque il mio “negozio” preferito resta il supermercato
e così il relativo volantino.
Tant’è vero che quando so che devo andare a fare la
spesa, seppure dopo il lavoro, sono contenta (tranne durante il periodo
pre-natalizio in cui i negozi strabordano di esseri umani a qualunque ora del
giorno e diventa impossibile godersi il momento di relax).
Mi presento quindi nel negozio munita di lista della
spesa che ho scrupolosamente preparato durante la settimana precedente ma mai
succede che esca solamente con le cose che mi ero prefissata di comprare. Ci
scappa sempre il prodotto in offerta che all’improvviso ti ricordi che potrebbe
servire o anche qualcosa che non è scontato ma ha catturato la mia attenzione.
Che poi, andarci affamati, è la cosa peggiore che si possa fare. Compreresti
tutto o quasi tutto. E così fai anche il “gioco del marketing” del negozio in
questione.
Ma questo non compromette il mio stato d’animo perché la
gioia la provo anche durante lo shopping, quando, con l’auto carica, ritorno verso
casa e al momento di dover sistemare gli acquisti.
Chiaramente sistemo la spesa dando
priorità ai prodotti freschi che vanno congelati o riposti nel frigorifero e a
ruota continuo con gli altri. Dedico cura e attenzione ad ogni singolo prodotto
affinché venga conservato e collocato correttamente. Come dicevo nel post
precedente, prima di tutto l’ordine. Ma poi non finisce qui. Perché è vero che
amo fare la spesa e mettere in ordine, ma proprio perché voglio che tutto sia
perfettamente organizzato, mi serve spazio e allora a cosa mi servono tutti
quei contenitori di cartone e gli imballaggi di plastica? A nulla, e anzi,
proprio come il disordine, disturbano la
mia vista. Per cui scatta in automatico il processo di cui parlavo alla fine
dell’ultimo post: spesa – ordine – rifiuti – raccolta differenziata – di nuovo
ordine.
E
puntualmente io e mio marito ci alterniamo per andarli a svuotare nei bidoni
condominiali. E così facendo il cerchio si chiude e l’ordine viene
ripristinato!
Sicuramente
non sottovaluto i problemi ecologici e di difesa ambientale, nonché il risparmio delle materie prime che sono poi
stati il punto di partenza per cominciare ad educare i cittadini al corretto
smaltimento della spazzatura e al riciclo e devo dire che mi diverte anche
sapere esattamente in quale contenitore vanno gettati i vari rifiuti (secondo
me sono stata una delle prime a scaricare l’App dell'Azienda Milanese dei Servizi
Ambientali creata ad hoc), però devo dire che quella “mania” che ho di buttare
via il superfluo che ingombra e “indispone”, va oltre a tutto ciò ed è frutto
di una passione connaturata che ha origini più lontane.
Sì,
parlo di passione e non di ossessione perché non c’è nulla di patologico nel
voler gettare imballaggi e contenitori che fanno volume. Semplicemente mi sento
sollevata nel farlo.
Mio
marito invece scuote la testa e si sente “perseguitato” da questa mania che,
guarda caso, prima di vivere con me ha vissuto con suo padre.
Ma
se il mio è un disturbo compulsivo-ossessivo, il suo, che va nella direzione
esattamente opposta, come lo vogliamo definire?
Perché
così come io sono ordinata e lui disordinato, anche in questo caso siamo agli
antipodi. Lui conserva, non butta via nulla, si accaparra oggetti, tanti e
inutili e così facendo non mi sembra che sia poi così diverso da me. Sì,
all’opposto, ma pur sempre “maniacale” a modo suo.
Quindi
credo che a casa nostra la lotta fra ordine e caos; rifiuti e conservazione non
avrà mai fine, tenendoci diversamente schierati ma anche attivi e appassionati
nei nostri battibecchi.
D’altronde
sono sicura che anche voi davanti alla domanda “Conosci o hai conosciuto
qualcuno la cui vita è condizionata da un accumulo eccessivo di oggetti/dal
desiderio di eliminare gli oggetti inutili?”, siete in grado di indicare almeno
una persona.
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